Thursday, October 15, 2009

Blog nord americano

Da oggi metterò online il diario del mio viaggio nordamericano.

Scritti e foto divisi per giorni.

Buona lettura.


Easy driver – ovvero un diario nordamericano di mezza estate


25-08

Possibile essere il 7 agosto a Zanzibar, l’8 in Zambia, il 9 in Italia (Venezia), il 12 in Italia (Selva di Val Gardena), il 23 partire dalle Dolomiti destinazione Pianura Padana e il 25 essere sull’aereo Venezia-New York-Philadelphia? Si. Almeno io l’ho fatto.

Il 24 sera sono venuti Putto e Kim e ci siamo fatti una bella cena con i vecchi sotto il gazebo.
In tarda serata con i 2 giovani siamo riusciti a guardare alcuni video di Burning Man, il festival hippy-techno-trash-art visual e chi più ne ha più ne metta che annualmente, dal 1986, si tiene in Nevada.
Quando Dan mi ha chiamato un giorno di marzo per chiedermi se era vera la mia mail dove gli dicevo che sì, sarei stato tentato di accettare la sua folle proposta di un viaggio on the road americano + festival in mezzo al deserto, non avrei mai immaginato che mi sarei ritrovato dopo nemmeno 6 mesi a preparare 2 valigie con dentro materiale da campeggio, scarponi anti sabbia e vesciche, giacche di lana per il freddo e bermuda per il caldo.
Ero sostanzialmente e totalmente impreparato.
Avevo avuto 6 mesi per accedere ad ogni tipo di informazione ma con la scusa della lentezza della connessione africana sapevo solo che il festival era un evento che richiamava gente da tutto il mondo (anche la festa di S.Antonio o S.Firmin d’altronde, ma supponevo che Burning Man non fosse un santo…errore di valutazione che avrei potuto capire solo qualche giorno più tardi) si svolgeva in mezzo al deserto e la gente girava nuda.
I video che quella sera scorrevano e capolinavano sullo schermo (non mi è mai piaciuto fare capolino) fotografavano una realtà più curiosa e per certi versi perversa: migliaia di persone che affrontavano miglia e miglia di asfalto e turbolenze (per i viaggiatori aerei) per ritrovarsi in mezzo ad una tempesta di sabbia vestiti da perizomici Hobbit seduti su una bicicletta tappezzata (per quanto possa esserlo una bici) di peluche.

E io dovrei andare là in mezzo? pensavo mentre Kim e Putto sbavavano dall’invidia.

Sapevo che dire di sì a Daniel senza appurare per cosa, era sempre stata una scelta rischiosa. Da lì a pochi giorni avrei raggiunto climax mai provati prima.

L’arrivo all’aeroporto era stato normale e monotono. Check in online (che invenzione!) mi aveva evitato code inutili, ma aveva fatto sì che le mie 3 ore di anticipo di trasformassero in un vagabondare tra le pagine distratte di un libro e lo sguardo sulle americane che mi avrebbero accompagnato. Constatando la bruttezza delle seconde, mi sforzavo di concentrarmi sulla bellezza delle prime.

Kim e la sua famiglia, noti viaggitori transoceanici, mi avevano avvertito sulla scadenza che le linee aeree americane avevano raggiunto.
“Devi pagarti anche le cuffie per vedere i film”, mi aveva ammonito Ruth, la mamma, allungandomi le sue, acquistate nell’ultimo volo di agosto.
Ma non ero stato preparato alla vista dell’equipaggio.
Età media: 50.
Peso forma: 90 chili.
Altezza media: 1.70
Colore della pelle: Rubizzo
Il comandante aveva una stazza da marinaio di fregata irlandese, ma la faccia butterata e rubizza e i capelli giallognoli gli davano un’espressione da spaventapasseri delle campagne dell’Inghilterra meridionale ai tempi dei Plantageneti.
Le hostess sembravano uscite da una sitcom americana degli anni ’80, dove c’era sempre una vicina grassoccia messa lì per fare sembrare intelligenti i protagonisti agli occhi dello spettatore.
Il volo ha rispecchiato la prestanza dell’equipaggio.
Sedie scomode, un film per 10 ore di volo, 1 puntata dei Simpsons, 1 documentario, 1 avviso meteo, 1 televisore lontanissimo a fine corridoio.
L’unica nota più o meno intonata al coro era la quasi totale assenza di viaggiatori.
Non dormo mai in aereo, ma questa volta ho fatto un’eccezione e mi sono concesso qualche sprazzo di dormiveglia, in uno dei quali si sono dimenticati di servirmi il pranzo. Svegliatomi ma conscio di avere diritto al mio schifosissimo pasto, mi sono volto al fondo dell’aereo speranzoso e vagamente affamato, solo per sentirmi dire dall’hostess matrona che il mio panino era stato dato a qualche altro viaggiatore, probabilmente venduto ho pensato.

Una volta atterrato ho dovuto superare i mastini dell’immigrazione. Mastini non tanto per l’aspetto fisico, seppur le loro spalle fossero di media 3 spanne più larghe delle mie, ma per il benvenuto. Mancava solo l’azzannamento polpaccio incluso nel “welcome to America”: foto, impronta digitale (leghisti dilettanti! Qui non servono leggi e dibattiti parlamentari, c’è il terrorismo no?), interrogatorio di sesto grado, con dettagli utili a svelare una crepa nelle eventuali balle e bugie dell’interrogato: cosa facevi in Africa, dove hai conosciuto gli amici da cui vai, cosa hai studiato all’università, come si chiama l’organizzazione per cui lavoravi. Ora sappiamo che anche il CeLIM è sbarcato a New York, quasi da clandestino però.
Nella successiva attesa di 5 ore ho girovagato per l’aeroporto, mi sono fiondato ad un China/Asian Wok, scelta molto corretta ed altrettanto unta.
Ho provato l’ebbrezza di leggere un intero articolo del New Yorker, impresa riuscita in precedenza solo a Woody Allen credo, mi sono puntato la sveglia per non perdere l’aereo per New York, ho scrutato la popolazione del non luogo con curiosità ma attenzione a non essere scoperto (l’America ti fa diventare paranoico in tempi ragionevolmente veloci).
L’aereo per New York si è rivelato essere un simpatico biplano. Rumoroso e scomodo, ma la brunetta austriaca che era seduta sul mio fianco (i sedili erano stretti) mi ha allietato il volo con un’interessante conferenza sui modelli dei Boeing. Studente di Ingegneria aerospaziale a Vienna.
Il La Guardia è un piccolo aeroporto in cui i bagagli dei viaggiatori vengono trasportati direttamente nella sala di arrivo. In questo modo qualsiasi passeggero può vedersi la sua bella valigia scippata da un taxista o da qualsiasi altra persona in transito.
Dunque: ti fanno mille controlli all’entrata, misure antiterrorismo, foto segnaletica…e chiunque può entrare all’aeroporto e fregarti il bagaglio senza controlli?
Dan era già lì ma, da simpatico burlone, si è precipitato ad abbracciare non me, ma la povera ragazzina austriaca che ha schivato l’abbraccio per fuggire tra le braccia del suo ragazzo appostato un po’ più avanti.
“Perché volevi abbracciarla?” – “Boh, pensavo fosse una tua amica”
Abbiamo preso un taxi con TV incorporato al sedile (pare che ora l’abbiano tutti) e poi via verso Harlem.
A casa Kate ci attendeva in doccia, cioè lei non ci attendeva a dire il vero, ma era comunque in doccia con tutte le porte spalancate. Fortuna (per lei) che il bagno non dia sulla porta d’ingresso.
Dan ha cucinato una pasta buona e dopo diverse discussioni si è deciso di non uscire.
La notte per me è comunque durata poco, visto che il jet lag mi ha risvegliato alle 5.30.

5 comments:

Anonymous said...

molto intiresno, grazie

Anonymous said...

molto intiresno, grazie

Anonymous said...

necessita di verificare:)

Anonymous said...

imparato molto

Anonymous said...

mm.. 10x for thread