Thursday, November 23, 2006

Qualche foto


Ecco qui finalmente qualche foto. Quella sopra è uno dei termitai, sotto uno stranissimo baobab albino molto bello, poi ancora il mega baobab; noi 3 sul baobab, Roberto (il dottore), Enrico ed io; e con Roberto e Maxwell, uno dei lavoratori dell'ufficio, alla festa di addio di Clara, il medico italiano che torna in Italia. Alla prossima!






Wednesday, November 22, 2006

Pensavo fosse Zimbabwe invece era un baobab

Mi preparavo ad un weekend in compagnia di uno scozzese, un ungherese ed Enrico in Zimbabwe. Tutto era pronto: set per dipingersi di nero alla vista di Mugabe, fucile col silenziatore per gli elefanti, casco da colonialista, copia di un libro di con foto di Hemingway che va a caccia nella savana. Già dei sentori di sfiga aleggiante si stavano addensando a partire dalla sera prima, quando ci chiamano i due foresti e ci informano che lo scozzese ha male al pancino e non vengono.

Dopo una settimana passata a contabilità, io ed Enrico decidiamo che è essenziale per la nostra salute mentale recarci in Zimbabwe, dove ci aspettano due giorni di parco naturale, relax con eventualmente lodge con piscina e casinò. Per pulirmi la coscienza davanti al santo protettore dei cooperanti all’esetero, ho deciso che del casinò non me ne può frega’ di meno e guarderò Enrico sbancare le casse del paese, mandandolo ancor più in bancarotta.

Ma alle 7 del mattino di sabato ecco l’amara sorpresa: il bollo per uscire dallo Zambia è scaduto da 10 giorni….sorridendo perché tanto incazzarsi non serve a niente, decidiamo sul da farsi.

Enrico mi informa che le alternative sono due: piscina, ma il cielo non promette bene, oppure andare non molto lontano da casa nostra a vedere prima la diga sullo Zambesi costruita dagli italiani negli anni’50 e poi un particolarissimo baobab che pare che sia monumento nazionale. Incuriosito dallo scoprire una delle mitiche grandi opere e cosa deve avere di speciale un albero per entrare a far parte del patrimonio nazionale, mi riscopro ingegnere civile e botanico (avevo preso questa specialità agli scout) e ci avviamo, di buon mattino, verso la diga.

Sono le otto appena passate e non c’è ancora quella cappa di caldo che attanaglia ormai da giorni la regione. Dovrebbe già essere iniziata la stagione delle piogge ma, nonostante in cielo si aggirino grossi nuvoloni, non scende una goccia e l’umidità è insopportabile. La pianura padana ad agosto è stato un ottimo training, per fortuna.

La diga è stata costruita sul confine tra Zambia e Zimbabwe. E quindi prima di arrivarci dobbiamo andare a due diversi sportelli della frontiera. Enrico conosce tutti, visto che ha già fatto la guida ad altri qui. Poi essendo bianco, la seconda volta che ti fai vedere, già tutti sono amiconi. Enrico mi spiega che, soprattutto i funzionari dell’esercito e della polizia, è meglio farseli amici prima possibile, magari con favori di vario tipo. Niente di ché, basta una capra, un sacco di riso, meglio un prestito tramite il progetto. Tanto ripagano perché altrimenti fanno una figuraccia davanti ai colleghi. Marketing di tranquillità, lo definirei.

Ci avviamo verso la diga. Immensa e con un paesaggio molto bello. Da un lato il lago Kariba, formatosi appunto con la costruzione della diga e dall’altro lo Zambesi che continua placido (per ora) verso il Mozambico. Il lago ovviamente è stato formato a discapito delle popolazioni locali, quindi immaginatevi gli esodi e le migrazioni forzate che hanno dovuto subire le popolazioni aldiquà e aldilà del confine. Ci sono ancora progetti di sviluppo, dopo quasi 50 anni, che vertono sul grande trauma che queste popolazioni continuano a soffrire, a causa dello spostamento subito. C’è da domandarsi quanti di quelli che c’erano all’epoca ancora sopravvivono.

Torniamo indietro e solita trafila burocratica.

Passiamo davanti a casa e carichiamo su Clara e Roberto, i due medici che fanno lo stage allo sfigatissimo ospedale locale e ci dirigiamo fuori “città”, meglio fuori campagna., visto che Siavonga è considerata città da chi ci abita e borgo dagli abitanti della capitale, ma in effetti non sarà più grande di Selvazzano.

Dopo una mezz’ora di strada asfaltata ci inoltriamo in uno sterrato ai cui lati vi sono decine di baobab e altri alberi maestosi. Il paesaggio, piatto e secco, è costellato da termitai. Decine di montagnole di terra rossa, solitarie o appoggiate ad un albero.

Non so se avete mai avuto al fortuna di vedere un baobab, ma i rami iniziano circa a 3-4 metri dal suolo. Prima il tronco è grosso e gibboso, poi i rami, grossi come i tronchi di molti alberi che crescono vicini, si aprono e si innalzano per molti metri. Ma è la grandezza del tronco ad impressionare. E poi i Baobab hanno mille forme. Ricordano un po’ i fiocchi di neve: non ne puoi vedere due uguali e spesso nemmeno simili.

Passiamo vicino ad un paio di villaggi e poi, fuori da uno di questi, intravediamo il “monumento”. Un enorme, immenso Baobab che si è letteralmente sdraiato sopra un altro e ora crescono insieme. Saliamo sopra. Il tronco è come pietra, di una durezza incredibile, pieno di venature (e anche, purtroppo, di qualche scritta). Attorno al tronco si piazzano un po’ di ragazze con dei bambini. Pensiamo che vogliano soldi, ma per una volta desiderano solo un passaggio nel villaggio vicino per un paio di loro. Ma se succede un incidente o qualcos’altro, l’assicurazione non paga, quindi gentilmente rispondiamo che non è possibile. Silenziosamente e sorridendo se ne vanno.

E rimaniamo finalmente noi 4. Silenzio e spazi aperti. L’Africa che mi mancava e che ho, finalmente, ritrovato.

Friday, November 17, 2006

Chi non lavora non fa...

Questa settimana finalmente si è iniziato a lavorare.
Non che fossi triste di fare un po’ il turista, ma ho voglia veramente di essere operativo e poi Lusaka non è la città ideale per andare in giro e guardarsi attorno ammirando la bellezza dei monumenti. Molti alberi e verde, anche se essendo la stagione delle piogge appena cominciata, la terra è ancora molto rossa e secca e se c’è vento, le strade sono invase dalla polvere. Per il resto una città bruttina, non come Milano, ma va bene.
Lunedì mattina ho dunque preso servizio come “stagista” nell’ufficio del CeLIM di Siavonga. Fino al 24 sarò affiancato ad Enrico e al suo staff per apprendere un po’ di segreti di come far funzionare in modo efficiente e produttivo un progetto di microcredito.
Quindi sedute di principi di contabilità, partita doppia, libri giornali, tutte cose che avevo di sfuggita annusato nello studio della commercialista dove ho lavorato fino a qualche tempo fa, ma che non mi sarei immaginato di ritrovarmi davanti in Africa.
Intanto ho potuto apprezzare il mio compagno di casa Enrico, un tipo molto molto in gamba con cui ci troviamo d’accordo e non mi sembra affatto di conoscerlo da solo una settimana. E dotato di una pazienza notevole, poveraccio.
Normalmente in questi giorni la mia giornata tipo è così ordinata:
ore 7.10: sveglia. Penso che poi sarà il caso di svegliarsi anche prima, anche perché il primissimo mattino è uno dei pochissimi momenti freschi della giornata. Enrico si sveglia verso 6.30, ma per me è ancora presto (non nel senso dell’ora, ma me la prendo ancora con un minimo di calma, devo abituarmi al fuso orario etc. Ma è meglio che inizi ad abituarmi a fasi all’idea di spegnere la luce alle 22 e riaccenderla alle 6…)
ore 8.00: entrata trionfale in ufficio dopo doccia e colazione spartana.
Ore 8.01: controllo ordine del giorno e lista della spesa con Enrico. Lista della spesa nel senso di lista delle cose che ci siamo ripromessi di fare in queste due settimane.
Ore 9.00: pausa per bere, che si ripete con scadenze variabili tra i 20 e 30 minuti.
Ore 13: pausa pranzo, con invariabilmente pasta cucinata una mezz’ora prima dalla donna che si occupa un po’ delle faccende di casa. Tanto fa così caldo che potrebbe stare lì per un ora e mezza e rimane a temperatura appena scolata.
Ore 13.30: pennica d’obbligo. Di solito non c’è problema per risvegliarsi a parte oggi che, nonostante la sveglia ed Enrico che mi scuotesse, ho continuato imperterrito a dormire. Cosa avreste fatto voi dopo una mattina a provare a capire cosa è il capitale netto, il dare e avere dei costi e ricavi etc? è già un miracolo che ho dormito solo un’ora!
Ore 14.00: ripresa lavorativa. Normalmente il pomeriggio vado a lavorare in campo, cioè mi metto dietro ai credit officer (cioè quelli che seguono i prestiti dati ai beneficiari del progetto) per i loro giri nei vari quartieri della cittadina. E qui incontriamo le persone più disparate: soprattutto donne intanto, che hanno i business più incredibili. Da chi fa le frittelle al mercato, a chi compra il frigo per metterci dentro le bibite e averle belle fresche, chi coltiva piante per gli alberghi, chi vende vestiti di seconda mano (che poi in italia sarebbero quanto bene di quarta).
L’altro giorno abbiamo avuto il racconto più bello da un signore: questo ci ha raccontato che suo padre, agricoltore, aveva 8 mogli. Ovviamente abitava in una casa grande che poteva ospitare tutta la famiglia. Anche perché il padre ha procreato 39 figliuoli/figliuole. Lui era il 5°, e come ci ha detto si sentiva un privilegiato per essere tra quelli nati prima. Poi purtroppo, il padre è morto. E al funerale oltre ai figli rimasti vivi c’erano alcuni dei suoi 99 nipoti. Il giorno dopo il funerale è nato il 100esimo. E io, Enrico, lui ci siamo chiesti: ma come ha fatto a reggere 8 mogli, almeno una ventina di figlie e il resto di nipoti, nuore etc.? Infatti lui ci ha detto: ho una moglie, la amo, mi basta. Pragmatico.
Ore 17.00: Fine del lavoro in ufficio e continuazione del personal training con Enrico.
Ore 18.30: Doccia rinfrescante, con acqua tiepida, perché l’acqua fredda non esiste, nel senso che i tubi si riscaldano così tanto che l’acqua si scalda nel tragitto dal serbatoio al getto.
Ore 20.30: cena. Enrico ha fatto il cuoco per anni in un ristorante milanese, così abbiamo trovato un compromesso: io metto le birre in frigo, le apro, apparecchio, taglio il grana, lui alle volte cucina. E così continua la tradizione iniziata con Claudia in Svezia. Come farò poi a Chikuni che sono ad solo?
Ore 21.00: TG1. Dal satellite ci vediamo le beghe di Prodi, e menate varie. L’Italia, ci spiace, non ci manca.
Ore 22.00: varie ed eventuali. L’Inter, le partite dell’Italia, qualche libro, chacchere da uomini etc.
Generalmente collassiamo catatonici a letto prima di realizzare cosa vorremo fare.
Domani proviamo a passare il confine e ad andare in Zimbabwe.
Se sentite di due bianchi che sono stati attaccati dai cannibali e mangiati dopo essere stati scaldati nel pentolone...potremmo essere noi.

Saludos

Monday, November 13, 2006

40 gradi all'ombra del lago

ragazzi,

qui fa un caldo boia. Ci saranno 40 gradi e 90% umidità. se mi sentite lamentarmi di quanto fa caldo a padova d'estate, beh la prossima volta ditemi: eh, ma siavonga.
Su quel ramo del lago di Kariba, dove si staglia una ridente cittadina balneare che ospita uno dei progetti del CeLIM qui in Zambia. direi un progetto "storico" visto che sono presenti da ormai 12 anni. e ci sono finito anch'io nel programma di training che faccio prima dell'inizio del pregetto vero e proprio.
il mio "boss" è Enrico, ragazzo milanese con padre mantovano, e questo è già un punto che ci accomuna. io starò qui una decina di giorni e cercherò di imparare tutti i segreti del microcredito e dell'Inter. Infatti Enrico è uno sfegatato tifoso interista munito di gagliardetto e satellite per seguire le partite della Beneamata. Che beffa se dovesse vincere lo scudett quest'anno e lui è in Africa a festeggiare da solo in un bar, o a fare caroselli con una toyota 4x4 sullo sterrato!
Comunque sono giunto qua domenica pomeriggio, dopo aver passato un weekend tranquillo ed essere uscito sabato sera con un gruppo di zambiani, amici di una ragazza italiana che lavora anche lei per il CeLIM. siamo andati in un posto che era più locale del vecio bacaro a padova, niente bianchi in giro e andava bene così, solo che i ragazzi hanno iniziato ad offrirmi birre a go go e fortuna che la birra zambiani oscilla tra il 4% e il 5% di alcool. in belgio ero già al coma etilico.
nei prossimi giorni vi racconto di cosa succede in questo angolo d'africa. ora corro a letto che domani l'ufficio apre alle 8 (ma chi ha detto che gli africani non lavorano) ma la sveglia e fissata prima e di molto!
Marco

Friday, November 10, 2006

Mr Ferrarini, I suppose!

L’avventura lavorativa nel vecchio mondo inizia con una gelata mattutina a Padova, ora terrestre 6.00 del 7 novembre 2006.
Intirizzito, ma confortato dai 30 e passa gradi che mi aspetto di trovare a Lusaka, mi avvio in compagnia di papà Angelo, fratello Mele, la valigia e il baule, un mostro verde con bardature d’oro da 50 kg, gentile concessione del CeLIM (che, per chi non lo sapesse ancora, è la Organizzazione per cui lavorerò i prossimi 2 anni…speriamo!).
Entrata in autostrada ore 6.30 e arrivo a Milano ore 9.45. Poi avvicinamento progressivo ma con ottimo navigatore (Angelo) e passeggero narcotizzato (Mele).
Ultimo cappuccio al bar e poi imbarco di ulteriore passeggero (Paolo, in missione per conto del CeLIM).
Volo alle 14.45, arrivo in aeroporto alle 11.30. Diciamo che eravamo un pelo in anticipo, nonostante si fosse parlato del caos dovuto alle nuove regole UE (niente liquidi nel bagaglio a mano), l’unico ritardo è stato quello di Alitalia. 40 minuti fermi sulla pista e non si sapeva perché. Poi ti chiedi come mai stanno fallendo! Intanto ci aveva raggiunto anche Davide, ovvero il mio boss e plenipotenziario della ONG, uno di quelli che sono bravi un po’ in tutto e ricoprono una funzione di jolly all’interno delle Organizzazioni: uno stipendio (da fame, spesso) ma 2000 ruoli diversi (che io sappia, lui è un po’ selezionatore, formatore, coordinatore dell’ufficio progetti, fa i monitoraggi etc. E ha 4 figli, nel tempo libero che gli rimane. Il fatto che sia completamente calvo potrebbe anche trattarsi di un preoccupante sintomo psico-somatico).
Arrivo a Parigi con segnalazioni fatte da culo e addetti maleducati: inutile dire che ogni tanto partiva qualche “Poporopopopopo!”, tanto per fargli capire che i Campioni del Mondo siamo noi, francesi di m…da!
Poi il volo: Parigi-Johannesburg 12 ore. Eravamo su un volo diretto in Sud-Africa, compagnia aerea South Africa Airways e gli unici neri erano praticamente solo le hostess e gli stewards. E allora ti domandi: ma forse non è che un minimo di apartheid, almeno economico, c’è ancora?
A Johannesburg sosta di 3 orette, per poi ripartire e atterrare a Lusaka. Ora locale 12.30, un ora avanti rispetto all’Italia.
Primo scoglio, il visto. Costo 25 $, siamo in tre =75$. Davide allunga all’addetto (che intanto ci fa i complimenti per avere vinto la Coppa del Mondo…Ma vieni!) 100$. Il resto è dunque 25$. Ma all’ufficio non hanno i 5$. Considerando che qualsiasi visto costa 25$, non sarebbe utile fare una scorta di banconote di 5$, vero?? Allora suggeriamo all’addetto che può darci il resto in kwuacha, la moneta zambiana. Niente, dopo gli sballano i conti. Allora alla fine aspettiamo che qualcun altro paghi con 5$, ma tutti hanno 50 o 100 e la fila di chi aspetta è oramai più lunga di quella dei pagamenti. Alla fine Davide è costretto ad andare in banca, cambiare i 100$ in banconote di taglio più piccolo e finalmente pagare.
Fuori dall’aeroporto ci è venuto a prendere Gianclaudio, coordinatore Paese Zambia (il capo, per gli addetti ai lavori), vicentino di Bassano, mascella alla Terence Hill, pantalone verde alla Franco Franchi.
Ci avviamo su una Toyota Land Cruiser stile Overland anni ’70 verso casa sua.
Inizio a respirare di nuovo il sapore dell’Africa, forte e denso come l’avevo lasciato 2 anni fa. La terra è ancora arida, ma la stagione delle piogge è appena iniziata e verrà anche qui il tempo delle distese verdi.
Il sole picchia forte (qui è estate) e ci sono almeno 30 gradi. Arriviamo a casa di Giancludio, che abita in una deliziosa casetta di proprietà di una delle ministre del governo che, essendo senza portafoglio, affitta le sue proprietà per sopravvivere, mentre lei vive in una villa da qualche parte di Lusaka.
Ci accolgono Sabrina, la moglie, e Nicolò, uno di quei deliziosi bambini che siete contenti di avere in giro se non sono figli tuoi. Infatti non sta mai fermo, urla e corre in giro, insomma uno di quei bambini che negli Stati Uniti tranquillizzerebbero con pastiglie e droghe, perché l’imperattivismo è una sorta di malattia. Mah…
Nel pomeriggio mi riposo e scrivo un po’, poi alla sera andiamo a mangiare al cinese (sic!) con altri volontari e cooperanti della ONG, riunitisi in città per la riunione plenaria che si è tenuta stamattina.
Conosco nell’ordine Monja, che si occupa di un progetto di educazione a Lusaka, Luciano che fa un dottorato e Servizio Civile in una zona sperduta a Ovest (Far West nel vero senso della parola), dove si occupa di un progetto di riforestazione, Michele e Ilaria, coppia di Bocconiani che sono migrati a Sud, vicino alle cascate Vittoria e inoltre il vice console e sua moglie. Ovviamente per fare il vice console in un paese dove la prima è l’inglese, nel CV non deve esserci scritto che l’inglese lo sai, ma almeno un corso di lingua per eliminare un pesantissimo accento della brianza e ampliare un minimo il vocabolario, nei 10000 euro al mese che gli passano potrebbe essere incluso, vero no?? Vabbè, la prossima volta mi candido come interprete all’ambasciata italiana a Tokyo, che magari mi prendono anche.
Cibo ottimo e chiacchiero con Luciano, che oltre ad essere appassionato di fotografia, mi sembra un ottimo compagno di viaggio per il Safari natalizio.
Notte passata a casa di Monja, nel territorio della diocesi, sotto la vigile ombra della cattedrala di lusaka, un enorme container verde (avete presente i terremotati dell’Umbria?).
Il giovedì ci si sveglia con calma alle 9, e poi mi faccio scorrazzare in giro da Luciano che deve andare a parlare di piante medicinali all’università.
Conosciamo Cecilia, insegnate di Medical Geography, una zambiana ben impostata, alla mano con camicetta azzurra e gonna jeans slavata, che alla fine della giornata ci dà il suo numero di cellulare dicendo di chiamarla anche per fare 2 chiacchere. Come le nostre docenti, right?
Nella mattinata ho anche l’emozione di guidare per la prima volta in Africa. Mezzo di trasporto: pulmino Toyota bianco panna. Ah, in Zambia si guida all’inglese, quindi “all’incontrario” rispetto all’Italia. Bene, mi dico, non sarà difficile. Infatti giungo sano e salvo a casa di Gianclaudio, rendendomi conto solo dopo che ho fatto 8 km invertendo le frecce. In effetti mi domandavo perché ad ogni incrocio mi suonavano.
A pranzo pesce fritto in ristorantino. Economico, ma non come mi aspettavo. L’Etiopia e il Perù il mio portafoglio è meglio che se li scordi al più presto.
Pomeriggio con incontro con la THPAZ (Traditional Health Practitioners Association of Zambia), né più né meno una lobby dei guaritori, stregoni e medici tradizionali dello Zambia. Cosa direbbe Bersani? Liberalizzerebbe come farmaci da banco le unghie di facocero per curare i reumatismi o la papaia cotta contro al malaria? In effetti è a tutti gli effetti un gruppo lobbystico. Alla domanda di Luciano se ci fosse la possibilità di avere dei volantini o pubblicazioni che specificassero le qualità delle singole piante, il vice-direttore dell’associazione ha sussurrato: mio nonno le ha tramandate a mio padre, mio padre a me e io lo farò a mio figlio. Punto. Chiaro direi. Peccato che poi si lamentino che la medicina tradizionale si sta perdendo, che viene soppiantata dai farmaci occidentali etc. Ma se rimane tutto fra pochi intimi (anche se l’associazione conta 40.000 membri) come si fa? Ovvio che si tratta di un ragionamento da ragazzo occidentale, niente di più.
A sera andiamo a cena con Luciano e Delia, responsabile di un progetto che si occupa di HIV per una ONG inglese, al ristorante indiano. Mangiamo come dei bufali, perché non conoscendo la grandezza delle portate, ovviamente ordiniamo troppo. Serata piacevole e discorsi da bar, ma divertenti, tipo di cosa parlano le donne e cosa è stata la cosa più spiacevole che vi è successa durante una notte di sesso. Sex and the City missione Zambia.
Dialogo tipo:

Delia: il peggio è stato quando uno si è acceso la TV dopo aver “finito” per vedere le partite di calcio.
Marco: Beh, spero che dopo lo avrai scaricato subito!
Delia: No. E’ stato il mio ragazzo per 10 anni.
Marco: Auguri!

Stamani poi c’è stata la fatidica riunione plenaria. Tutti i volontari presenti, compresi Enrico, che mi farà una decina di giorni di training di microcredito a Siavonga, sul lago (scordatevi che faccia il bagno perché non voglio finire come Capitan Uncino e il coccodrillo).
Si è parlato di un po’ di tutto, dai soldi ai rapporti con i partner locali, che non sono ragazzi e ragazze del luogo con cui i volontari e cooperanti si accompagnano, ma coloro i quali sovvenzionano il progetto o si lavora più strettamente. Il mio sarà la Diocesi di Monze, dove spero di incontrare la famosa monaca di Monze…ehehhe. Battutone!
Sono sopravvissuto all’incontro anche perché non avendo praticamente nulla da dire, il mio progetto ha fatto la figura di quello con meno problemi…per ora.
Poi pranzo all’ombra del gazebo e con 30 gradi abbondanti. Special Guest: la soppressa veneta che papà mi ha inserito in valigia. Grazie Pa’, ha avuto un successo aspettato!
Inutile dirvi che qui mi sento a casa. la gente ti saluta (sei bianco ok, ma un sorriso e' sempre ben accetto), ci si ferma a fare 4 chiacchere ed e' bello cosi'. le relazioni umane ti fanno "perdere" tempo che useresti per cosa? lavoro, certo. Ma non dimentichiamoci degli altri, ecco qui hai la sensazione di non essere un numero sulla metrepolitana. Grazie Zambia.
Vi bacio tutti (qualcuno di più) e alla prossima!