Friday, April 16, 2010

Saturday Night Fever in Lusaka

3 settimane fa sono finito a Lusaka per un'intesa due giorni lavorativa.
Principale scopo della visita è stato lo shopping sfrenato per il progetto.
Acquistati un PC, una stampante, un Fax, altro materiale elettrico, cancelleria.
Lucia è riuscita anche a farsi intervistare dalla Unione Europea per un video che “dovrebbe essere visto da 10 milioni di persone”. Vedremo.
Sono stato ospite da alcune mie amiche: una svizzera, amica di lunga data (che negli ambienti degli espatriati vuol dire più di 3 mesi), una canadese, una tedesca e una zambiana.
Una sorta di piccola comune in mezzo a Lusaka. Simpatica.
Venerdì sera abbiamo cenato da un’altra amica, una zambiana rasta che ha vissuto 6 anni a Cuba e insegna educazione fisica all’università.
Cena tranquilla, io ho cucinato, poi party leggero e rilassato da alcuni francesi mai visti.
Sabato un po’ di lavoro, poi nel pomeriggio filmetto e partita a squash con Lucia.
E da lì in poi è iniziato il sabato sera in salsa zambiana.
Prima siamo tornati a cena nella comune e fin qui tutto tranquillo.
Il programma della serata doveva essere un’altra festa di francesi (visto che gli spagnoli e sudamericani latitano, altri latini devono rimpiazzarli per le serate danzanti) e poi andare in qualche locale.
Ci dirigiamo verso la festa. Le premesse per una buona serata c’erano tutte: io e 6 ragazze, con possibilità di acquisirne altre lungo il corso della notte.
Stiamo per arrivare al cancello, quando in mezzo alla strada si profila lo scenario di un brutto incidente. Una macchina in un fosso, l’altra in mezzo alla strada. Distrutte.
I due autisti apparentemente stanno bene, anche se uno è terrorizzato e si nasconde in mezzo ai cespugli per non essere visto.
Una ragazza è stata tirata fuori dalla macchina e giace sull’erba. E’ sotto schock e ha un fianco sanguinante.
Un poliziotto è intanto sopraggiunto e mi chiede, visto che sono uno dei pochi bianchi presenti, se è possibile portare la ragazza in qualche ospedale: la sdrai nel retro della macchina (ho una 4x4 pickup), ci sta di sicuro, mi dice.
In un moto di razionalità interviene l’autista che non si nascondeva e, giustamente, fa notare al poliziotto se ha mai sentito parlare di primo soccorso e che è rischioso muoverla.
Mentre la fila di macchine si allunga, la ragazza zambiana, che era in macchina con me, ci riferisce che ha sentito dire ad alcuni ragazzi, in lingua locale, “Hey, chiamiamo degli amici perché ci sono un sacco di bianchi, macchine grosse, sicuramente c’è qualcosa da rubare”.
Decidiamo allora di muoverci: io con l’amica svizzera, la zambiana e la canadese andiamo in un vicino ospedale (privato) a vedere se è possibile far venire un dottore, Lucia e un’altra collega italiana ci aspettano in un bar poco lontano, la ragazza tedesca rimane vicino all’incidentata che è una sua amica.
Arriviamo all’ospedale.
Esponiamo, in modo concitato, alle 2 infermiere il caso e queste, assolutamente rilassate, ci dicono che:
1) l’autista dell’ambulanza non c’è
2) di provare in un altro ospedale

Notare che l’ospedale qui sopra era a non più di 2 km dal luogo dell’accaduto.
Io esco, mentre le mie amiche, allibite, inveiscono contro il sistema sanitario privato.

Torniamo e scopriamo che in nostra assenza è arrivata la polizia e l’ha caricata su una macchina, un pick up come il mio!
La nostra amica tedesca è andata con loro.
Decidiamo allora che è il caso di sederci in un posto tranquillo e raggiungiamo Lucia ed Elisa al caffè.
Intanto che beviamo una birretta e discutiamo su sanità privata, pubblica, polizia incapace etc ci vengono a fare compagnia una ragazza ugandese e un mio amico di vecchia data di Chikuni, Kasonde.
Dopo un’oretta, decidiamo di muoverci verso un locale che fa anche musica all’aperto, il Vegas.
Visto che posto in macchina c’è, dico a Teresa, la ragazza ugandese, di lasciare la macchina davanti al bar, che è in un centro commerciale. Tenete a mente questo particolare. Accetta volentieri e partiamo.
Il posto ricorda è un mix tra un villaggio turistico e il set di “Madagascar”.
Bianchi pochi. Bianche ancora meno.
Io e Kasonde diventiamo i body guard delle ragazze.
Ci sono varie sale/piste da ballo, e uno spiazzo dove impazza una band che fa cover di bob marley.
Rimaniamo lì un’oretta.
Verso l’1 Teresa decide di tornare verso la macchina e poi a casa dal marito francese, che è a casa a fare il babysitter a Calypso, la figlia. Questo particolare è assolutamente inutile per la nostra storia, ma mi piaceva il nome.
Arriviamo davanti al centro commerciale e il cancello di entrata è chiuso, non con catena, ma accostato.
Scendiamo e arrivano subito due guardie dicendo che all’1 il centro commerciale chiude e con esso tutte le macchine parcheggiate nei dintorni.
Guardo l’ora, è l’1 esatta. Manco fossimo in Germania!
Facciamo notare alla guardia che è questione di un secondo, lui apre il cancello, noi prendiamo la macchina, che è parcheggiata a 5 metri dal cancello stesso.
Niente. Irremovibile.
Teresa e l’altra mia amica provano allora a portare la discussione verso il pietismo: siamo due ragazze, è tardi, cosa dirà mio marito etc.
Niente.
Arriva anche un altro tipo, molto arrogante che minaccia di chiamare la polizia, non si sa perché.
Mentre parliamo, mi viene in mente che Kasonde ha lavorato per la stessa compagnia di sicurezza. Lo chiamo, arriva in 10 minuti.
Chiede di parlare con il diretto responsabile.
Entra dentro il centro commerciale e scompare per 20 minuti. Poi ricompare e guarda Teresa: puoi prendere la macchina, le dice.
Io lo guardo. Cosa gli hai detto? E lui: ho spiegato al capo come funziona la vita. Detto in soldoni, niente casini se no parlo con qualcuno dei piani superiori.

Ecco una sintesi di come funziona lo Zambia. Puoi andare in giro ubriaco la sera a fari spenti e con il motore in totale avaria e non essere fermato (ehi, non è il mio caso!), oppure ci sono episodi come questo, dove di fronte a delle regole chiare, vi è un’applicazione ferrea di esse, per poi ritrovarsi ad avere atteggiamenti degni del “Padrino”, e tutto è esattamente come prima!

Per la cronaca, la serata è finita al mitico Alpha Bar di Lusaka. Questa volta senza intoppi.

Tuesday, March 23, 2010

Ufficio sweet Ufficio

La mia latitanza dal gioioso mondo della rete si può spiegare velocemente: non ho ancora internet in ufficio e saltello da internet point a internet cafè con puntate al portatile della mia collega che internet l’ha. Come mai? Perché la chiavetta USB internet in dotazione dalla locale compagnia telefonica funziona con Windows ma non con Mac. Steve Jobs amico dell’Africa? Non proprio.

Ne sono successe di cose in questo mese e mezzo: abbiamo assunto tutto lo staff (8 persone più 3 guardiani notturni), abbiamo aperto ufficialmente il progetto con la presenza delle autorità politiche e il personale del ministero dell’agricoltura con cui collaboreremo, ho trovato casa, sono stato qualche weekend a Lusaka, nella “movida” locale (chi legge e sa come è Lusaka può immaginare).

In particolare il 6 marzo sono stato invitato ad un compleanno di una svedese conosciuta ad una cena, che offriva, alla maniera svedese (io metto la cena, voi –invitati – portate da bere), un party in un locale all’aperto di Lusaka con band reggae zimbabwana. Il party è stato carino, ma per spiegarvi l’assenza di divertimento a Lusaka, se n’è parlato nei giorni successivi come se fosse stata una festa organizzata nella reggia di Mike Tyson con gli Strokes in concerto gratuito.

Sono andato ad abitare in una nuova casa, dopo che per un mese Lucia mi ha ospitato da lei. La casa in questione è in realtà un villone con giardino tropicale attiguo, poco in linea con le precedenti abitazioni in cui avevo vissuto in Zambia.
Le ragioni perché ho deciso di abitare in una casa del genere (appena ho una connessione decente allego foto) sono molteplici: 1) dopo più di un mese di ricerche, non avevo trovato nessun’altra casa. La crisi alloggi in Zambia è drammatica. Anche i miei dipendenti sono quasi accampati a casa di parenti e amici perché non trovano case libere, 2) Il prezzo che mi hanno proposto è molto buono. Ho dovuto però discutere un’ora e mezza con il proprietario indo-zambiano, che univa la flemma africana alla capacità imprenditoriale indiana. Un mix durissimo da superare, 3) la zona è molto sicura, ho come vicini la locale moschea [con simpatica sveglia alle 5 tutte le mattine per la preghiera] e al lato sinistro i “signorotti” locali, tale potentissima famiglia che è proprietaria di metà Mazabuka, la cittadina dove abito, 4) ho tante stanze dove posso ospitare amici/parenti.

Il 90% degli abitanti della via sono indo-zambiani, il che mi dà impressione di essere a Springfield circondato dai parenti di Aphu. Ognuno dei vicini ha la sua particolarità: c’è il cacciatore che gira con fucile Beretta in macchina - “ogni tanto vado a sparare ai cani o alle persone che tentano di rubare gli animali dalla mia fattoria” –; c’è il pescatore che mi invita ad andare al lago con lui “Non ti piace pescare? Non c’è problema, io pesco tu ti rilassi”; c’è il marito dell’insegnante di aerobica e yoga che dice che ho bisogno di andare in palestra da loro, ci sono le figlie dei vicini che spiano dalle finestre “Non sei sposato? Peccato!”, ci sono le madri che spiano dalle finestre “Mi sono subito informata per sapere se il nostro nuovo vicino era un bel ragazzo. Ho delle figlie che non sono sposate”. “Ah, quanti anni hanno signora?” “Quindici”. “Gasp, anche per i miei standard sono un po’ giovani” “In India sarebbero già sposate!” e via dicendo.

Quando non sono a godermi l’ombra dell’albero di cocco (pericolosissimo, se ti cade in testa una noce si rischia la morte), sono al lavoro. L’ufficio è stato trovato pure quello, in un compound vicino alla parrocchia. Curioso che Lucia abiti vicino alla Chiesa e io alla Moschea. I lavori di ristrutturazione fervono e mentre vi scrivo i muratori stanno alzando il muro di cinta. Ogni giorno siamo assaltati da decine di bambini, ai quali abbiamo cambiato il corso delle giornate. L’altro giorno Andersson, uno dei grandi del gruppo, 8 anni, mi ha detto che quando torna a casa da scuola non vede l’ora di venire a giocare davanti al cancello dei “Muzungu”, ossia dei bianchi.
Gli altri, Evans, Big Tom, Big John, fanno gara per chi deve pulire le foglie davanti al cancello (ottima manodopera a basso costo, contenti loro…), o a chi riesce a stare in bilico sul cofano della macchina, o chi pronuncia meglio (e ad alta voce!) il nostro nome: Marico e Lusia.
Poi c’è un bambino, che avrà 4 anni che ogni volta che ci vede inizia ad intonare: Blavi, blavi, blavi, blavissimi. Ho scoperto che d’estate vengono dei volontari italiani a fare una specie di grest.
Iniziare le giornate con un nanerottolo sporcaccioso che, correndoti incontro ti urla: Marico, blavi blavi blavi blavissimi!, seguito da un’orda di barbari di un metro e venti che usano il mio fisico tutt’altro che scultoreo come Tarzan usa le liane nella giungla, dà assolutamente la carica. Non so a me, ma di sicuro ai bambini!

Friday, February 26, 2010

dall'Unità

ciao,

ho letto di recente un'interessante intervista dall'Unità a Beppino Englaro.
Credo che condividerla sia un bel modo di ricordare Eluana a poco più di un anno dalla sua scomparsa (o liberazione, come dice suo padre).
La legalità, anche vista dall'africa, non è la via più semplice.

marco che scrive da internet caffè mentre suda copiosamente (30 gradi e umido...)


Ho seguito la legge e in Italia può dare fastidio»
di Luca Landòtutti gli articoli dell'autore
La sorpresa più brutta? «La politica». Quella più bella? «I miei amici friulani». Non ha dubbi Beppino Englaro. Non li ha mai avuti in tutti 6233 giorni, contati uno per uno, che ci sono voluti per liberare sua figlia Eluana (dice proprio così, liberare) da un corpo finito nelle mani della medicina e della tecnologia ma che sicuramente non era più suo. «La mia fortuna è che Eluana aveva le idee chiarissime. Era uno spirito libero. Se voleva una cosa non la fermavi nemmeno con le cannonate. La libertà ce l’aveva nel sangue, nel Dna. Questo mi ha dato la forza per andare avanti, giorno dopo giorno, a chiedere che finisse quel calvario ingiusto e senza senso. Ci sono voluti diciassette anni».

Un’eternità...
«È il prezzo che si paga in questo Paese quando si vogliono fare le cose alla luce del sole, nella legalità. Ma anche su questo non ho mai avuto dubbi: mi sono rivolto alla legge per sapere come dovevo comportarmi. Perché quello che è accaduto a noi non riguardava solo la famiglia Englaro, ma l’Italia tutta, come comunità. C’era un fatto drammatico e difficile che bisognava affrontare: il caso ha voluto che toccasse noi, ma il problema era di tutti. Così ho girato la domanda alla legge. Quando ho capito che per Eluana non si poteva escludere di andare incontro allo Stato vegetativo permanente, ho iniziato a chiedere ai medici con quale diritto la tenessero in quello stato così assurdo: lontana dalla morte, lontana dalla vita. Ma, soprattutto, in uno stato che lei non avrebbe mai voluto: che Paese è quello in cui la volontà di un cittadino non conta niente?».

Torniamo a un anno fa. In Parlamento, alla notizia della morte di Eluana scoppiò una battaglia. Gasparri e Quagliariello parlarono di omicidio.
«Non furono gli unici. Alla Procura di Udine giunsero tantissime denunce da parte di associazioni e singoli cittadini che mi accusavano della morte di mia figlia. È per questo, per questo “diluvio di denunce” come scrisse il Gip, che la Procura aprì un’inchiesta su di me e su altri 13 indagati tra cui il medico De Monte». Inchiesta archiviata. «Sì, lo scorso 11 gennaio con un decreto del Gip di Udine Paolo Milocco».

Omicidio... avete denunciato chi vi ha lanciato accuse così gravi?
«Gli avvocati Angiolini di Milano e Campeis di Udine stanno valutando se ci siano gli estremi per i reati di diffamazione e ingiuria».

Anche contro Gasparri e Quagliariello?
«Contro chiunque ci abbia accusato ma, ripeto, lo decideranno gli avvocati».

Poco prima della morte di Eluana lei invitò Napolitano e Berlusconi al capezzale di sua figlia, perché?
«La vicenda stava diventando insostenibile. Era in atto un follia generale che ci stava portando lontani dalla realtà: Eluana era diventata una scusa, il capro espiatorio di uno scontro molto alto e violento, addirittura un conflitto tra istituzioni. Li invitai a Udine perché si rendessero di che cosa stavamo parlando, di quali fossero reali condizioni di Eluana».

Non venne nessuno.
«No, però Napolitano rispose coi fatti: facendo sapere che non avrebbe firmato il decreto che impediva l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione forzata».

E Berlusconi?
«Non si presentò. In compenso decise di rompere un silenzio che durava da anni. E fu una scelta singolare. Vede, nel 2004 avevo inviato una lettera alle alte cariche dello Stato perché si occupassero del caso di Eluana. I presidenti di Repubblica e Senato, Ciampi e Pera, risposero con una lettera cortese; il presidente del Consiglio Berlusconi non rispose nemmeno».

Dissero che non l'aveva mai ricevuta.
«È falso. Mandai quella lettera il 4 marzo per raccomandata e sulla ricevuta di ritorno, che conservo, c'è scritto 10 marzo. Quella lettera arrivò regolarmente. Ma la questione è un'altra: a un certo punto Berlusconi cambia atteggiamento, esce dal silenzio e interviene, politicamente e mediaticamente, per bloccare quello che la Cassazione aveva deciso, cioè la possibile sospensione della nutrizione e della idratazione artificiale».

Fu quando Berlusconi disse che Eluana stava bene, poteva avere un figlio e che lui, come padre, non avrebbe mai staccato la spina...
«Esattamente. Eppure il premier sapeva perfettamente quali fossero le condizioni di mia figlia. Lo so perché aveva parlato con il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Renzo Tondo, e con il senatore Ferruccio Saro: entrambi erano stati nella stanza di Eluana ed entrambi gli avevano detto come stavano realmente cose. Berlusconi parlò in quel modo per altri motivi, probabilmente per le pressioni delle forze più integraliste della maggioranza o di altre ancora».

Il Vaticano?
«L’intervento della Chiesa è nei fatti. Basta rileggere le frasi pronunciate dalle alte gerarchie, da Barragan a Bagnasco a Crociata, che parlavano di eutanasia contraddicendo quello che la suprema Corte di cassazione aveva appena affermato con una sentenza. Hanno mancato di rispetto non solo a me ma anche alle istituzioni».

Ha più visto le suore di Lecco?
«Certamente. Con loro c’è sempre stato un rapporto aperto. Tra l’altro Eluana era nata proprio lì, perché agli inizi quella era una clinica di maternità. Quando ci fu l’incidente, tornai da loro perché sapevo che l’avrebbero curata nel migliore dei modi. Le conosco bene quelle suore, e loro conoscono bene me. Per questo mi è sembrò crudele quella frase sui giornali e in tv: ce la lasci che la curiamo noi. Sapevano benissimo che una volta ottenuto il permesso dalla magistratura non avrei aspettato un minuto di più. Solo che anche loro, a un certo punto, cambiarono atteggiamento. Ma lo capisco: prima il rapporto era tra me e loro. Poi si sono messe di mezzo troppe persone, troppe questioni».

Rifarebbe tutto nello stesso modo?
«Non c’era altra strada. Ovviamente se vuoi muoverti nella legalità e alla luce del sole. Cioè nel rispetto delle leggi che una comunità di persone si è data. Nella Costituzione, insomma».

Poco dopo la morte di Eluana, il Corriere della Sera pubblicò un editoriale di Pier Luigi Battista in cui la accusava di aver infranto quella “zona grigia” che permette di risolvere alcune situazioni mediche o insostenibili. Nessuno dice niente, ma intanto si aumenta la dose di morfina...
«Sono rimasti spiazzati perché tutta la vicenda è stata condotta nella legalità. E questo ha dato fastidio. Perché in Italia c’è l’abitudine a cercare sotterfugi e vie traverse, la zona grigia appunto».

Dopo la morte di sua figlia ha deciso di dar vita all’associazione «Per Eluana», sta andando avanti?
«Diventerà operativa la prossima settimana con uno scopo preciso: diffondere la conoscenza e combattere i pregiudizi. Su questi argomenti, ovviamente, che sono delicati e complessi, ma sempre più importanti. Joseph Pulitzer diceva che un’opinione pubblica ben informata è la nostra corte suprema. Io non cito mai massime, ma quella frase è il motore della Fondazione. Io per arrivare alla nostra Corte Suprema, la Cassazione, ci ho messo quindici anni. Con una opinione pubblica ben informata, e un Parlamento più attento, ci avrei messo molto meno a ottenere le risposte che cercavo».

Il punto è che mancavano gli strumenti giuridici...
«Già, viviamo in uno Stato di diritto ma in quel momento mancavano i principi del diritto. Per averli, quei principi, ho dovuto aspettare la sentenza del 16 ottobre 2007. E la sentenza è stata chiara: nessuno ha il potere di imporre una terapia contro la volontà del paziente. Nessuno. La volontà del malato, anzi del cittadino, viene prima di ogni cosa».

Questo Paese riuscirà a diventare davvero civile?
«Ne sono convinto. Per due motivi. Il primo è che il clima culturale sta cambiando: la gente comincia a capire l'importanza di questi argomenti e prende posizione. La seconda è che ci sono magistrati che vanno avanti per la loro strada indipendenti da ogni potere politico. Sulla vicenda di Eluana ho scritto due libri, il primo l’ho dedicato a Sati, mia moglie, che si è consumata, letteralmente, per stare vicino a sua figlia in tutti questi lunghissimi anni. Il secondo, uscito pochi mesi fa, l’ho dedicato proprio a loro, ai magistrati indipendenti».

Su di lei si è detto molto, anche troppo. Ad esempio che voleva sfruttare la notorietà ed entrare in politica.
«Niente di più falso. L’unico atto politico è stato il mio appoggio al senatore Marino quando si candidò alla segreteria del Pd. Perché un medico come lui che si dedica alla politica non capita spesso. È una persona che sa andare oltre, come dico io. E per appoggiarlo ho preso la tessera del Pd, io che sono socialista e di tessere non ne ho mai avute. Tutto qui».

Adesso si dirà della canzone su Eluana che Povia porterà a Sanremo.
«Mi è venuto a trovare per chiedermi, correttamente, se avevo qualcosa in contrario. Ho conosciuto la persona, mi è piaciuta e mi sono fidato. Così ho detto che non avevo nulla in contrario».

Ritornando a un anno fa, qual è stata la sorpresa più negativa?
«Il comportamento di certa politica. A cominciare dal Presidente della Regione Formigoni, quando impose alle cliniche della Lombardia il divieto togliere il sondino a Eluana. E il ministro del Welfare Sacconi, che di fatto estese quel divieto a livello nazionale giocando sul ricatto delle convenzioni statali. Ma come: per anni il mondo politico se ne era infischiato del mio caso e quando finalmente si muove, lo fa solo per bloccare tutto, per mettere i bastoni tra le ruote...».

Una sorpresa positiva?
«I miei amici del Friuli Venezia Giulia. È stata la sorpresa più bella. Io sono sempre stato orgoglioso delle mie radici e scoprire che dentro la mia regione c’erano tutte queste persone disposte ad aiutarmi è stato il massimo: Renzo Tondo, Ferruccio Saro, Gabriele Renzulli, Ines Domenicali, presidente della clinica La Quiete. E Furio Honsell, il sindaco di Udine. Ricordo bene quando le regioni e le cliniche facevano marcia indietro, una ad una. Ma i miei amici, i miei vecchi compagni socialisti non mi hanno lasciato solo, non mi hanno tradito. Questo, almeno, è stato bello».

Monday, February 08, 2010

Africa again, home sweet home

Carissimi,

Sono tornato da poco più di una settimana in Zambia e potrei raccontarvi di quanto verde è tutto il paese, causa la stagione delle piogge, oppure il caldo afoso che ci attanaglia, oppure della gentilezza delle persone e del caldo bentornato che mi hanno dato. Il tempo per scrivere, almeno fintanto che non avrò un internet decente, è però poco.
E’ stata una settimana intensa e ora mi sento come se mi fossi svegliato da un sogno durato solo poche ore e non quasi 6 mesi. Tutto è quasi uguale, ed è bellissimo notare che alcune sensazioni si erano solo sopite e non erano scomparse.
Ma per darvi un’idea quasi tangibile di cosa vuol dire lavorare qui, di quali sono le sfide anche culturali che ho di fronte quasi giornalmente, eccovi un resoconto di un incontro semi-ufficiale che io e la mia collega Lucia abbiamo avuto la settimana scorsa e che mi ha fatto pensare: “Eh si, sono tornato in Zambia!”.

Giovedì abbiamo incontrato una delle cariche politiche più alte di uno dei District (regione) dell'area progettuale dove lavoro, una sorta di Governatore regionale , un Formigoni locale. Carica di nomina politica e non eletta dai cittadini. Tenete presente questo particolare, sarà importante più tardi.

Lucia, prima di entrare, mi avvisa che il personaggio è da prendere con le molle. Non aggiunge molto di più, e già mi preoccupo.
Arriviamo davanti al suo ufficio e la segretaria non c’è. Ci accoglie un tipo che ci annuncia e ci fa entrare.
All’interno della stanzona si “erge” (anche se è sdraiato su un divano) una specie di brucaliffo barbuto, scalzo e con un completo alla“La Stangata”, ma senza essere figo come Robert Redford o Paul Newman.
Si scusa per essere scalzo: “Ho delle vesciche”, si giustifica.
Ovviamente si stava grattando i piedi e smette solo per darmi una calorosa stretta di mano. E noi che in Europa ci imparanoiamo con le mani strofinate con l’Amuchina e la paura dell’H1N1. Pivelli che siamo!
Ci sediamo nel solito divano sfondato mentre nell’ufficio risuona la voce di Radio Mazabuka che gracchia e ogni tanto copre le nostre voci.
Mentre lui si scrosta le dita dei piedi (questa volta senza scusarsi), inizio a presentarmi, a dire quanto sono felice di incontrarlo, quanto bello sarà lavorare assieme etc.
Mi lascia parlare, e poi guardando Lucia: “Gli hai detto che voglio andare in Italia?”. E giù ad elencarci tutti i luoghi sulla terra dove ha vissuto: Cape Town, Windhoek, Cina etc.
“Ma ora devo venire in Italia, ci sono i migliori calciatori del mondo, anche se fa freddo”.
E via con una disquisizione alquanto dotta sulla differenza tra tattiche del Brasile e dell’Italia, concludendo: “I brasiliani sono forti perché hanno radici in Angola e Mozambico, come i francesi, che per giocare nella squadra nazionale basta parlare francese e sono tutti neri anche loro. Voi italiani invece giocate solo con gente del vostro paese vero?”
Non era il caso di discutere con lui riguardo al concetto di cittadinanza ovviamente, o che Zico e Kakà non assomigliano a dei Mozambicani, piuttosto che mio padre, che parla francese, non potrebbe mai essere selezionato per giocare con Zidane.
Mentre questo dialogo surreale procedeva, continuava ad entrare gente interrompendo senza problemi, mentre lui avrà ricevuto 20 telefonate in 10 minuti, continuando a grattarsi le piante dei piedi. Se doveva fare qualcosa, tipo spegnere la radio, urlava il nome dello schiavetto fuori dalla porta, che correndo entrava e spegneva la radio. Ma alzarti tu no, eh?
Dopo averci detto che il figlio di un ministro sarebbe stato interessato a lavorare per noi, che avremmo dovuto incontrarci in un momento ufficiale (leggi: pagatemi pranzo) che alla fine del progetto sarebbe volentieri venuto in Italia, ha finito con queste esatte parole:
“Nel 2006 mi sono presentato alle elezioni ma la gente non mi ha votato - chissà perchè, aggiungo io - poi per fortuna nel 2008 il Presidente mi ha scelto direttamente ed ora sono qua.”
E, compiaciuto, ci ha ristretto vigorosamente la mano e ci siamo congedati.

T.I.A. This Is Africa, one more time.

Thursday, December 31, 2009

Londra








in ritardo, e di molto, sui normali postaggi post viaggi ecco qui alcune foto del weekend londinese, con i fidi Lollo e Lele, ex compagni di basket (e bevute) nella mitica Sutriv.

Grazie ragazzi e ora vi aspetto in Zambia!

Sunday, November 15, 2009

foto americane risistemate




































visto che alla fine ho deciso di comprarmi un MacBook, sto imparando l'arte del ritocco foto.

Sotto alcune delle migliori foto scattate in America (sono state qualche migliaio, ve le risparmio)

Monday, October 26, 2009

Foto Danesi
















































eccoci qui al terzo giorno di danimarca.
Ragazzi che avventure.
Dopo un party molto valido sabato sera (tema del party: Oktober fest, come potete vedere dai vestiti dei partecipanti), ieri sono andati con i miei amici Rasmus e Charlotte in barca a vela.
A Copenaghen vive anche il mio buon amico Emanuele, compagno di mille battaglie quando ero giovane e si giocava a basket.
e' stato bello ritrovare anche lui che ormai è stabile in Danimarca.
E come dargli torto? Tempo atmosferico a parte....