Wednesday, April 25, 2007

Ragazzi,

vi scrivo mentre sto facendo un workshop in un villaggio della valle.

Come si organizza un workshop in Zambia?

Qualche giorno prima si va in villaggio e si discute con la trainer riguardo agli argomenti che verranno trattati.

Poi si decide il menu che verrà proposto ai clienti.

Essendo il workshop di tutta la giornata (ore 9 – virtuali – fino alle 16 - reali) dobbiamo procurare anche il pranzo.

Quindi Wilson, il mio fido Credit Officer che vive nel medesimo villaggio, va a fare la spesa: 1 capra e 1 pollo al giorno per il gruppo (35 clienti, 3 dello staff, la trainer e mariti e figli al seguito) più le verdure. Si è concordato che le verdure le portano i clienti, a parte i cavoli, e per il resto tutto sotto la voce di budget: training material.

La locale scuola ci ha dato in comodato gratuito una classe e siamo qui da stamattina a parlare di parità di genere, opportunità per le donne etc. ovviamente tutto in Chitonga, la lingua della Southern Province dello Zambia.

Quindi dopo 4 ore di discreta dis-attenzione ora sono crollato in stato semicomatoso, causa anche il pasto super corroborante e per rimanere sveglio ho deciso che vi scrivo un po’.

Sotto avete visto delle foto. Sono tutte fatte durante la cerimonia del Kuomboka, ossia il trasloco del re dei Lozi, popolazione a ovest dello Zambia, dalla residenza estiva a quella invernale.

Questo trasloco si rende necessario causa l’inondazione della piana dello Zambesi che costringe il re a trasferirsi nella residenza di collina. Poi a giugno, con una cerimonia più piccola, il re tornerà in pianura.

La cerimonia avviene un sabato X deciso dal Barotseland Royal Establishment, ossia il consiglio dei ministri del Regno del Barotseland. Nonostante lo Zambia sia a tutti gli effetti una repubblica, vi sono ancora molti regni tradizionali riconosciuti anche dalla costituzione. Se non sono re, si chiamano semplicemente Chief, ossia il Capo.

Quindi al mattino si parte di all’alba da Mongu, la città (parola grossa) maggiore del distretto (siamo a 600km a ovest di Lusaka) e si va in barca verso Lealui.

Questo almeno sulla carta. Perché a noi la polizia ci ha fermato mentre navigavamo tranquillamente verso la residenza estiva e ci ha fatto attraccare in un villaggetto – immaginatevi Burano 200 anni fa – perché non avevamo i giubbotti di salvataggio. In effetti l’anno scorso è morto un giornalista keniano e da quest’anno sono obbligatori i giubbotti o almeno i salvagenti Quindi siamo stati fermi una buona ora e poi siamo ripartiti, senza giubbotti ma sperando nell’inefficienza della polizia locale. Così siamo giunti a Lealui, giusto in tempo per vedere il re, in compagnia del presidente dello Zambia, uscire dl palazzo e salire in barca.

2 righe per descrivere una cerimonia durata 2 ore, con corteo, discorsi interminabili, ringraziamenti, colonna sonora etc.

Tutto molto colorato, in particolare per i simpatici cappelli rossi, dalla vaga forma delle cuffie per la doccia che indossano tutti, anch’io come potete ammirare.

La barca reale era sormontata da un elefante di plastica che muoveva la proboscide e fatta navigare da una settantina (almeno) di rematori, selezionati nella cerchia della famiglia reale.

Dietro di questa avanzavano altre barche, quella della regina e pochi altri stretti dignitari.

Verso le 12 la barca si è staccata dalla riva e si è avviata verso Limulunga, sita a pochi km di distanza, ma l’avanzamento è lento e l’imbarcazione ci impiega circa 6 ore a raggiungere il porto dall’altra parte.

All’arrivo è un delirio. Ci sono migliaia di persone lungo il percorso che dal porto va verso il palazzo.

La barca del re non attracca immediatamente ma fa una serie di movimenti rituali prima di fermarsi al molo. Il delirio della gente aumenta, le urla, il sudore, l’alcool, i palpeggiamenti per cercare carne oppure portafogli.

Insomma, come avete capito le foto spiegano il 5% di quello che ho fatto in quel weekend. Se ci mettete poi che ne sono successe di tutti i colori tra cui furti, ritardi, quasi affondamenti, etc….dovevate essere lì con me.

La più bella e sicuramente da raccontare è il furto della borsa di Luciano, il volontario CeLIM che ci ospitava.

Io e Luciano andiamo a prenotare il ristorante per la sera.

Abbiamo due macchine, mettiamo le 4 frecce e Luciano entra, io lo aspetto fuori con la macchina parcheggiata di fronte alla sua.

Torniamo a casa e Luciano si accorge che la borsa non c’è. E’ stata dimenticata da qualche parte? Si rifà il percorso inverso. Niente.

Mi accorgo che il finestrino di Luciano è abbassato. Lo era anche al ristorante? Facile che qualcuno abbia messo un braccio dentro e ciao ciao borsa.

Cosa c’era dentro la borsa? Portafoglio con 1.000.000 di K (circa 200 euro), passaporto, permesso di lavoro etc.

Insomma, un disastro.

Luciano, carissima persona, ma un po’ nevrotico, inizia a sclerale e piange, dà testate al volante, inveisce contro sé stesso e gli zambiani, dice di voler partire per Lusaka a fare denuncia…insomma avete presente quando si ha uno schizzo mentale? Ecco.

Peccato che tutto ciò fosse accaduto sotto gli occhi degli amici e anche del suo Prof.re di dottorato, che ufficialmente visitava lo Zambia per discutere di argomenti scientifici, ma questa missione assomigliava molto ad una gita turistica con moglie a carico. Il primo che si lamenta che l’università italiana non ha soldi, vada a vedere i costi dei viaggetti scientifici dei professori, poi se ne riparla. Cosa molto positiva, il prof era gentilissimo e ci ha offerto quando ha potuto.

Siamo dunque tornati alla scena del crimine, il ristorante.

Sono le 20 ed è ora di mangiare. Luciano vaga per la via in stato catatonico e morale a terra. Improvvisamente Laura, moglie di Michele, altro volontario della grande famiglia CeLIM, ha un’illuminazione: perché non offrire una ricompensa a chi troverà la borsa? Il misfatto si è consumato dopotutto davanti a un ristorante, con un mercato a fianco, impossibile che nessuno abbia visto.

Luciano si dirige dal padrone del ristorante, un libanese con le fattezze da lottatore di sumo ucraino, dalla guardia dello stesso (ristorante non lottatore), dai baracchini, dai parcheggiatori.

Ci iniziano ad arrivare delle voci: Ma ho visto qualcuno, vedrai che la troviamo, secondo me fra poco la riavrete etc.

Dopo 10 minuti e una birra, Luciano viene avvicinato da un tassista che gli dice: se mi dai qualcosa ti porto chi ha “trovato” (testuali parole) la tua borsa.

Detto fatto: dopo altri 10 minuti ecco materializzarsi in mano ad un tipo la borsa di Luciano. E qui, coadiuvato da Michele, che in Centro Africa pareva essere uso a queste cose, Luciano inizia a contrattare con il ladro, l’amico, il tassista, la guardia il prezzo per riavere la sua borsa.

Immaginate questa scena: 10 persone sudate ad un tavolo con cena in arrivo che guardano un gruppo di persone 2 bianche e almeno 7-8 nere che discutono attorno a qualcosa dall’altro lato della strada, più le comparse ovvero tutte le persone della via e gli avventori del ristorante.

Poi Luciano si siede a tavola con la borsa in mano e controlla cosa è rimasto dentro. Tutto! Compreso il milione di kwacha. Il ladro non aveva nemmeno aperto la borsa…no comment.

Ma non è finita. Luciano ri-esce e paga i protagonisti: ladro, amico, tassista e la guardia che ha fatto da mediatore. Il libanese ci avrà messo qualcosa nel conto.

Visto che Luciano deve abitare a Mongu per un altro anno e mezzo, almeno che abbia dalla propria parte la mala locale.

Luciano si siede al tavolo e iniziano i giri di birra, offerti con i soldi rimanenti dopo l’esborso della “ricompensa”.

Tutto bene quello che finisce bene? Non ancora.

Si avvicina al tavolo niente popò di meno che…il ladro che ringrazia Luciano (che ricambia!) e gli chiede se può aiutarlo a trovare un lavoro. Magari come contabile del progetto, aggiungiamo noi.

E non se ne andava più! Ho rubato perché avevo bisogno, non ho un lavoro, mi spiace…

Per concludere, la guardia si è avvicinata e ci ha detto: la prossima volta, state attenti a lasciare le borse in giro. In giro??? Ma se era dentro una macchina chiusa!

God bless Zambia.

Alla prossima

Wednesday, April 11, 2007

Una festa africana



































































































































Ragazzi,
non avate idea. Sono in un workshop in mezzo allo zambia e ho la connessione internet nella classe! Nemmno a washington...
vi scrivo presto per raccontarvi le incredibili immagini che vedete qui sopra....il Kuomboka!

Thursday, March 15, 2007

Intensità a momenti e un futuro certo
































1) Il Ronaldo di Zambia: Chris la nostra guida
2) Tramonto sul lago
3) Gnu sull'isola
4) Cartolina dallo Zambia
5) Uccellino
6) Cartolina dallo Zambia 2
7) Scherzi tra pescatori? No, la barca affonda...
8) Foto di gruppo con i clienti
9) Luna Rossa...a Chikuni
10) L'agognata consegna
11) Vista panoramica su Marco e buffet
12) Il mio staff
13) Guava Home Delivery: Spoon mi porteresti qualche Guava? Ore 7 del giorno dopo...una carriola!
14) Il Capo Progetto durante il discorso


Eccoci qui.E’ difficile tornare a scrivere dopo quanto successo, ma la vita bene o male va avanti e così continuiamo, anche se con tristezza e un pensiero agli amici lontani che mi sono stati comunque vicini in questi giorni. Mi spiace non essere stato vicino a voi.
Grazie a tutti delle telefonate, dei messaggi, delle mail. Ho molto apprezzato e vi abbraccio tutti.

Ma torniamo ai fatti di terra africana.
Il 2 marzo c’è stato “THE BIG DAY” come lo ha chiamato Jester, la mia dipendente: la prima consegna dei soldi ai clienti. Potete vedere un po’ di foto in giro.
Ho tirato fuori le scarpe della laurea, un sorriso accattivante e una parlantina degna del miglior Cicerone e ho aperto la giornata con un bel discorso che spero non siano vuote parole, ma che serva ai miei clienti per usare bene i soldi consegnati loro e me li ricaccino indietro senza tante storie…
Sono stati consegnati circa 60 euro a 28 persone che dovrebbero ripagare in 4 mesi al 5% mensile. Questo vuol dire che il 2 luglio dovrebbero avere restituito circa 70 euro, poi per quelli che avranno ripagato puntualmente ci sarà una nuova tranche, questa volta di 100 euro e così via.
E’ stata una bella giornata di business e convivialità. Erano venuti i rappresentanti delle varie organizzazioni locali, tutti i clienti, il mio boss da Lusaka, i consulenti dei trainings. Insomma eravamo una cinquantina.
Dopo i discorsi ufficiali e la consegna degli schei, c’è stato il tanto atteso momento del buffet.
Menù del super buffet of the BIG DAY:

-
Drinks rigorosamente non alcolici. Con mia grande vergogna mi sono reso conto che a parte un
paio di birre e qualche sotto marca d’acqua, tutto è in mano alla Coca Cola. Che fare? Niente, si comprano Sprite, Fanta (ma anche Fanta Ananas e Fanta al gusto d’uva, bibite imbevibili che la Company testa su di noi, poveri abitanti del Sud del Mondo) e ci si tura il naso.
-
Arachidi fresche cucinate dalla mia fida Jester. 5kg, 4 Euro
-
Qualche chilo di biscotti di bassa qualità (5kg 4 Euro). Inutile tentare di spiegare ai miei dipendenti che si possono comprare quelli extra-lusso (500kg 1 Euro). Qui si va al risparmio su tutto.

Poi saluti, pacche sulle spalle, battute.
E’ finita la prima fase del progetto, adesso inizia quella più difficile. Avremo selezionato le persone giuste? E se poi il business non va a buon fine, come faranno a ripagare? Etc.
Insomma la pacchia è terminata. Fino ad ora si è scherzato ma adesso è il momento della verità. Speriamo bene!
Dopo le ultime settimane di super lavoro, anche se come avete ben capito le soddisfazioni ci sono eccome, mi sono concesso nell’ultimo weekend un po’ di extra lusso.
Visto che il 12 marzo era festa nazionale, Giornata della Gioventù (non quei raduni di massa cattolici), mi sono diretto, in compagnia di 2 inglesi, una italo/eritrea e una tedesca in direzione lago Kariba, dove ci aspettava un piccolo lodge con vista sull’acqua.
Dopo vari km di buche e baobab, siamo approdati in questa meravigliosa oasi paradisiaca.
Piccoli bungalow e barbecue, con un contorno di piscinetta, bar e vista sul tramonto.
Tutto questo a prezzi irrisori, visto che abbiamo affittato la stanza per backpackers (viaggiatori con lo zaino): letto a castello a 8 Euro a notte.
La cosa particolare del posto è il fatto che a 3 km c’è la più grande “fattoria”/allevamento di coccodrilli del mondo (beh, così dicono loro).
In un’area di vari ettari sono fatti ingrassare e riprodurre centinaia di rettili che poi verranno, ahimè, scuioati e venduti in Giappone e Cina. La carne viene impacchettata e mandata ai ristoranti di tutta l’Africa e Gran Bretagna specialmente.
Io non ci sono andato, un po’ perché aspetto di portarci i miei genitori, Saskia e Mele quest’estate, un po’ perché odiando gli zoo, non so che effetto mi avrebbe fatto.
Sicuramente impressionante, da come me lo hanno descritto le ragazze.
Sono stati due giorni di pacchia, meritata dopo tutto.
Piscina tutta per noi, eravamo gli unici ospiti (se si esclude le due case private sul lago), bar a portata di gomito, prima sera a base di pesce appena pescato dal lago e seconda…coccodrillo!, colazioni a bordo della piscina… ok non voglio fare invidia a chi è costretto a guardare la neve dalla finestra, ma aggiungo solo che domenica abbiamo fatto una mini crociera sullo zambesi, con bar a bordo per vedere il tramonto, ippopotami e coccodrilli, a debita distanza, gazzelle, antilopi, gnu etc. Mi sono venute in mente le feste in barca dell'associazione erasmus, a parte che le pantegane di Venezia non sono grandi quanto gli ippo.
Beh, per chi verrà a visitarmi ci sarà anche questo.
Intanto ho una nuova coinquilina: Anne, un medico inglese dell’ospedale di Chikuni, che si fermerà a casa mia fino a fine marzo. Tutto nella legalità, ma è dura spiegare agli zambiani che viene come amica. Amica? Mi dicono e sorridono. Maliziosi…

Ah, le lettere e le cartoline mandatemi (2) mi sono arrivate, non esitate a spedirne ancora! Se poi vorreste anche aggiungere generi di prima necessità, tipo formaggi, salumi e liquori…ben vengano.

Un abbraccio e a presto per nuove dis-avventure

Sunday, March 04, 2007

Ciao Giampi


Cari amici,
vorrei scrivervi per raccontarvi del mio bellissimo tempo qui in Zambia, del lavoro che va bene e dei primi prestiti dati venerdì, ma tutto va in secondo piano con la tristezza che mi coglie alla notizia della scomparsa di un amico, Giampiero, sabato mattina.
Non amo le frase retoriche, quindi lo ricordo con una foto fatta qualche tempo fa da un amico, Paolo, insieme a suo fratello Daniel.

Thursday, February 22, 2007

Oltre al danno la beffa in salsa chili

Alle 9 di stamattina, con una faccia da incazzato nero, vado a fare benzina in paese.

Mi saluta un tipo.
X: Ti ricordi chi sono?
M: No.
X: Ma il tuo vicino d'ufficio.
M: Che gioia.
X: Hai saputo del presidente dell'Italia, che si e' dimesso?

Ecco ditemi se in culo al mondo, dovevo proprio incontrare uno che mi ricorda da che paese di m..da vengo....

M: Eh si...
X: Questa si chiama democrazia.
M: Beh, ma in Italia i governi cadono come i manghi a dicembre (questa l'ho pensata)
M (vero): Beh, insomma...
X: Secondo me sono Italia e Giappone, i paesi piu' democratici del mondo.

M: Ma che cazzo dici? Siamo un paese schifoso, un governo dura in media come una gestazione, meglio lo Zambia, da 30 anni lo stesso partito ma almeno senza illusioni che qualcosa possa cambiare. W la dittatura, abbasso la democrazia (questa l'ho pensata)....
M: Noi e il Giappone? Ma sei sciroccato? (pensata)
M: Chi lo avrebbe mai detto 60 anni fa, mettiamoci anche la Germania allora... (pensata)
M: Dobbiamo forse ringraziare gli americani? (pensata)
M: Il Giappone? Ma che accostamento eh? Mi dai il nome del tuo spacciatore di fiducia? (pensata)
M: Guarda lasciamo stare che questo governo l'ho anche votato (purtroppo vera)

E me ne sono ripartito per il lavoro.
Italia e Giappone...mah...

Wednesday, February 21, 2007

Che schifo

Ragazzi,

è una delle prime mattine in vita mia che mi sveglio con una senso di vomito ma non mi sono sbronzato la sera prima.
Ma che merda di paese siamo?
Non mi consola nemmeno il fatto di non essere lì con voi, di non avere il televisore e di poter permettermi il lusso di vedere i fascisti gongolare, gli xenofobi brindare di avere mandato a casa un governo di negri ed ebrei e i liberali ladri di gridare al miracolo e di iniziare ad incipriarsi la pelata per il prossimo porta a porta di Vespa: il caso Cogne, che peso ha avuto sulla caduta del governo?
E dall'altra parte? Ex comunisti rissosi, leader del partito impresentabili e prime donne (Pecoraro Scanio, Mastella, Rutelli, Diliberto...ma ci rendiamo conto di che manica di coglioni abbiamo votato??), meglio in piazza che in parlamento, anche sulla targa a Carlo Giuliani nella sala off della Camera si litiga.
Era meglio con Cicciliona e Moana, almeno identificavi subito le puttane.

Che schifo, io mi godo il mio albero, le mie donne e ora si va al lavoro.

Ciao

M

Saturday, February 17, 2007

Name and Surnames


























1) Marco Tarzan

2) La mia casetta

3) Jester che spiega alle donne

4) Wilson, Jester in classe


Stavo tornando a casa dal lavoro ieri sera attorno alle 18.30 e ascoltavo una versione punk di “Take me Home country road” mentre percorrevo l’accidentata strada in mezzo alla campagna che porta a Chikuni. Il sole tramontava e come ben sapete i tramonti africani sono leggendari a ragione. Avevo appena finito il quarto giorno di training con le mie donne.
Ad essere onesto devo ammettere che su 28 clienti selezionati nella prima fase, 5 sono uomini. Ma sono uomini un po’ sui generis: timidi, arrivano sempre in orario, non alzano mai la voce. La mia teoria è che 23 donne incuterebbero timore anche a Mike Tyson e John Wayne Boobit. Meglio lasciarle parlare e menarle a casa, forse stanno pensando.
In questa mia lunga assenza dagli schermi freddini e un po’ distaccati del computer ne sono successe di cose.
Vediamo se riusciamo a riassumerle senza annoiarvi.

Gli ultimi dieci giorni di gennaio ho avuto una costipazione da cavallo. Normalmente quando si va in Africa su tutte le guide c’è scritto: lavate la frutta, non mangiate verdura cruda, non bevete l’acqua etc, altrimenti…..il bagno diventerà la stanza preferita della vostra casa.
Ebbene, io il mio bagno non mi ricordavo più nemmeno dove fosse. Quindi ho iniziato a mangiare la frutta bella impolverata, poi non cuocevo la verdura e addentavo i pomodori direttamente dai banchi del mercato, mi facevo dei gran bicchieroni di acqua di Chikuni, che dal rubinetto durante la stagione delle piogge sgorga bella marroncina, tipo piaghe d’Egitto.
Ma niente.

Poi per fortuna ad allietare i miei giorni (lasciate perdere battute varie, sono serio ora) è arrivata direttamente dalla Germania Saskia, che si è fermata due settimane, le intenzioni sono che ritorni per l’estate a giugno per 3 mesi. Vediamo e speremo ben.
Come avete visto dalle foto sono state 2 settimane molto intense. Dopo un bel weekend a Lusaka dove abbiamo dormito in una sorta di camping/lodge con animali che girano attorno alle case: zebre, giraffe, antilopi, abbiamo ripreso la via di Chikuni e lì mi aspettava una marea di lavoro. Sono settimane piene, tenuto conto che il 2 marzo dovrebbe esserci la prima consegna dei prestiti alle associazioni e gruppi di clienti.

Quindi sotto con le ultime interviste, le visite al mercato e nei campi. Poi il 5 c’è stata anche la capatina dei donors del progetto a Gwembe. Direi che sono rimasti soddisfatti, avendo sfoggiato per l’occasione le scarpe della laurea e una parlatina degna di Cicerone.

Il weekend prima, 2-4 febbraio sono ritornato a Livingstone per far vedere a Saskia le cascate. Mai occasione fu più propizia: abbiamo avuto la possibilità di vedere le cascate di notte con la luna piena. Un’esperienza al limite del descrivibile. Immaginate di essere davanti alle cascate più grandi del mondo (in larghezza, quanto meno) e attraverso la foresta vedere un arcobaleno di luna. Non sono un grande narratore, quindi non mi dilungo sul come mi sono sentito in quei momenti. Sappiate solo che è stato un momento quasi magico.
Ritornati in noi, abbiamo visitato un po’ Livingstone in compagnia della combriccola che ci eravamo portati appresso (la Land Cruiser può ospitare fino a 13 persone): Matongo, mitico DJ di Radio Chikuni; Rob, il volontario inglese della parrocchia; Monja, volontaria CeLIM a Lusaka, Davide, servizio civile CeLIM a Monze.

Poi appunto ritorno a Gwembe-Chikuni e Saskia è tornata in Germania il 10 febbraio.
Cosa fare per far passare la malinconia se non lavorare? Ragazzi, non credo di essermi così divertito lavorando in vita mia. Mi perdoni Ornella e i miei (pochi) altri datori di lavoro, ma dirigere un ufficio in Africa può vederti di fronte e incompetenze pazzesche dei dipendenti, ma nel mio caso lo staff che sto a mano a mano scegliendo mi crea ogni giorno di più delle grandi soddisfazioni. E poi ci sono delle situazioni paradossali che in Europa e negli Stati Uniti non credo succederebbero mai: Wilson un giorno è andato in “città” (Monze, brutta cittadina lungo la strada Livingstone-Lusaka, qui dicono: I go to town, avrà si è no 30000 abitanti, immaginatevi le altre cittadine-villaggi) per riscuotere i soldi che la compagnia per cui lavorava prima – Dunavant, multinazionale schifosa del cotone che affama i MIEI contadini – e non torna più. Mi chiama alle 19 dicendomi che è bloccato nel villaggio prima di Chikuni e che non c’è trasporto. Per di più è tardi, e lui dovrebbe arrivare fino a Lukonde, villaggio a 25 km da Gwembe, verso il lago. Cosa si fa? Per di più ho appena buttato la pasta e ho Matongo e Rob a cena. Con tristezza salto in macchina, dico a Rob di scolare la pasta in esattamente 10 minuti e poi vado a prendere Wilson. Ha dormito a casa mia, poi al mattino al lavoro insieme. Per la cronaca, la pasta era commestibile.
Oppure capita che Jester mi chieda se è possibile passare dal suo villaggio a prendere 50 kg di arachidi che deve vendere al mercato. Oppure mi chiedono dei prestiti per comprare un pollo, il pesce, l’olio. Immaginatevi che andate dal vostro capo e gli dite: Boss, mi presti 30 Euro che devo andare a pranzo, oppure, mi dai 20 Euro che devo fare la spesa.? E via dicendo.

Questa settimana abbiamo iniziato i training con le clienti nella sala riunioni della scuola. Potete vedere qualche foto. Non sono granché perché la mia macchina l’ho scordata a Lusaka.
Ovviamente il primo giorno alle 16, orario di inizio del meeting, i clienti presenti erano…0. Ricordandomi detti famosi detti sull’Africa: la riunione inizia quando tutti sono presenti, e terrorizzato di tornare a casa alle 20 e passa, ho iniziato al riunione con una semplice frase: chi non viene ai training o arriva sempre in ritardo non avrà i soldi. Terrorismo psicologico o meno, a fine settimana erano presenti alle 16 26 su 28 clienti. E chi arriva in ritardo piega il capo e sussurra: Bwana io cattivo….no dai! Però ogni tanto devo stare attento, qui ti trattano tutti con deferenza e alcuni anche con un misto di paura: cosa dirà il bianco?
Per farvi un esempio, l’altro giorno Eusebia, la mia donna di servizio ultra sessantenne, mi ha bruciato la moca. Manici fusi e disperazione del sottoscritto. Mi veniva quasi da piangere, e ora come lo faccio il caffè, pensavo, mi dovrò accontentare di quello solubile della Nestlè? Ma Eusebia, resasi conto di quello che aveva fatto, quasi non si mette a piangere anche lei. Sorry Tata (forma di rispetto che sta per padre, anche se io potrei essere almeno suo nipote) Sorry.
Mi sono sentito un mostro ed è toccato a me rincuorarla. Per fortuna ci ha pensato Brother McKinn, il gesuita tuttofare della parrocchia a crearmi un manico posticcio allungabile, tanto che la mia moca ora potrebbe essere fieramente esposta al MOMA di New York.

Il mio altro lavoratore è il mitico Spoon, che in questi giorni sta preparando il campo per le patate dolci e ha apenna finito di costruire, vicino alla buganvillea, il mio primo orto: dovrebbero crescere pomodori, zucchini, insalata, qualche spezia, cavolo.
Quando gli ho detto che in Europa pochi ormai hanno i campi e non si coltiva più, se non per grandi estensioni, mi ha chiesto: ma anche tu abiti in un villaggio? Come spiegargli che a Selvazzano non è che posso andare dietro casa, trovo un pezzo di terreno vuoto, e pianto grano e arachidi??

Mi sto un po’ troppo dilungando forse, ma anche queste sono nuove esperienze.
Vi lascio con una brevissima lista di alcuni nomi di PERSONE in Zambia, dove la fantasia al momento della nascita non manca.

Può essere che chiami il tecnico del telefono e ti rispondano: GHEDDAFI non c’è al momento. Oppure che il consulente del ministero dell’agricoltura sia niente popò dimeno che Mr. KISSINGER.
O che alla diocesi di Monze in ufficio vi accolga PACELLI in persona. Ma che dire del manager di una ditta di cotone, non poteva che chiamarsi JEANS, che vi pare.
C’è la signora PROSPERINA che ti vende i pomodori al mercato, o la cliente che di nome fa VENICE, ma chissà se sa cos’è o dov’è?
Poi se hai bisogno di una mano, a Gwembe è venuto ad abitare di recente il signor NOBEL, non uno qualunque.
Il giardiniero SPOON (cucchiaio) ha chiamato suo figlio PASCO, da Pasqua (ma in che lingua?), ignaro del fatto che io a Pasco ci abbia vissuto.
Il guardiano dell’ospedale non può che essere STAYWELL (star bene) di buon augurio per chi entra, oppure attraversi la strada e ti trovi tutto l’UNIVERSE davanti a te.
E che dire di LOVENESS (senza amore) o di SADNESS (tristezza). Che rapporto hanno avuto durante la vita con i genitori che con tanta gioia li avevano accolti?
Poi ci sono i nomi locali, come MATONGO (ritorno in un posto dove avevi già abitato) dovuto al fatto che i suoi si stavano spostando di casa.
E alla fine se avrai fatto confusione o magari non ti ricordi più nulla, c’è sempre MEMORY che potrebbe aiutarti.

E scusate per il ritardo nelle comunicazioni. Chiedo venia (o chiedo di VENIA?).

Un bacio e alla prossima.

Sunday, February 11, 2007

3 settimane al massimo


























































1) L'arcobaleno di luna sulle cascate
2) Le cascate di notte con la luna piena
3) Tramonto al Royal Zambesi, hotel che, stranamente, è sulle cascate!
4) Io e Saskia con dietro....le cascate
5) Marco versione "Viandante sul mare di nebbia"
6) Waiting for Godot
7) un bel ramonto sullo zambesi
8) L'Eland, l'antilope più grande del mondo, cammina davanti alla casetta dove ho appena dormito....

Sunday, January 21, 2007

Un meeting di lavoro in terra zambiana

Una città italiana, 18 gennaio 2007.

Una giornata di lavoro qualsiasi

Ti svegli nel cuore della notte rivoltandoti. Non riesci a dormire. Oggi per te è un giorno speciale. Alle 5 sei già davanti al PC per ripassare lo speech e la presentation per i clienti.
Alle 6 doccia calda, poi rasatura e leggero gel sui capelli, ma non troppo, non è più di moda.
Apri l’armadio e ripassi la collezione di cravatte. Sobria o aggressiva? Sgargiante o funeral?
Colazione leggera, tanto noi hai fame, lo stomaco è chiuso e riesci a malapena ad ingurgitare una tazza di caffè.
Drinn Drinn, squilla il telefonino. Si capo, tutto a posto…. Si, ieri ho finito tardi in ufficio, un piccolo contrattempo con la Royal & Son….. No, tutto risolto….Grazie, crepi il lupo. Click.
Guardi il tuo orologio e speri che il traffico oggi non sia ai livelli di guardia.
Scendi le scale, tanto abiti al secondo piano e un po’ di esercizio non fa male. Ah, devo chiamare la palestra per dire che salterò l’allenamento di kick boxing.
La macchina è pulita, tanto con l’inquinamento che c’è in due giorni è già grigia.
I 20 km per andare al lavoro li percorri in 1 ora, ma oggi il traffico era scorrevole e le rotatorie hanno accelerato il tutto. Eh si, se i politici facessero più piste ciclabili, ma tanto chi le uso? Vecchi, sfigati e immigrati, che tanto si sa che nei loro paesi non hanno la macchina.
Arrivi al parcheggio dell’edificio. Poi scendi, si imbraccia la 24 ore, e con l’altra mano il cappotto. Telefonino in tasca, meglio se con l’auricolare per risposte veloci senza perdite di tempo. Look: impeccabile, abito scuro, cravatta, magari un po’ di griffe qua e là, gli occhiali Police o RayBan? La cintura sobria o patacca D&G?
Poi si guarda verso la porta di ingresso. Si scavalca la trincea dei “Buongiorno Dottore” e si schiaccia in automatico il bottone dell’ascensore.
I colleghi saranno già arrivati? Chi ci sarà? Saranno venuti tutti? Sto sudando? Speriamo che la segretaria abbia preparato bene i Power Point. E sa la pennina non funziona? Ho un back up della presentazione? Ma li convinceremo?
E’ il tuo momento, il primo meeting con i rappresentanti delle aziende pronti ad entrare in Joint Venture con la tua Company, per iniziare il progetto a cui ti hanno messo a capo da poco due mesi. Sarai pronto? Bussi alla porta di radica, entri con fiero cipiglio e…..sono tutti lì. Si inizia.


Chikuni, Zambia, 18 gennaio 2007.

Una giornata di lavoro qualsiasi

Mi sveglio alle 5. Maledetto gallo dei vicini, ma perché devi cercare vermi proprio sotto la mia finestra? Provando a non aprire gli occhi, arraffo i tappi per le orecchie che ho lasciato sul comodino ieri. Dove sono….ah eccoli.
Ore 6.30. La luce che entra dalla finestra è troppo forte. Mi sveglio. Guardo l’ora. Magari riesco anche a dormire un altro quarto d’ora. Infatti la sveglia mi ricorda, alle 6.45, che oggi è il grande giorno. Devo presentare il progetto, a cui la mia organizzazione mi ha messo a capo da poco più di due mesi, ad una ventina di Headmen dei villaggi vicino a Gwembe. Insomma, ai sindaci più o meno.
Mi alzo barcollando. Lo specchio lo evito, meglio più tardi. Per colazione pane e marmellata, yogurt, succo di frutta, magari un mango e una bella tazza di caffè italiano. La doccia? L’ho fatta ieri prima di andare a letto. Basta dell’ottimo deodorante. La barba? No, non è ancora troppo lunga. Magari mi sistemo un po’ i capelli. Il pettine è rimasto in Italia, forse nel fondo del barattolo c’è ancora un po’ di gel.
Apro l’armadio. Jeans puliti, ma la camicia? Quella guevarista? No, sembro un colonialista sfigato. Quella azzurrina stile impiegato delle poste? E’ a lavare. Quella patchwork fatta fare dalle donne del villaggio? Beh, forse il giallo fluorescente-viola è troppo da pugno nell’occhio. Andiamo per quella nera stile skater americano.
Aspetto Eusebia, la donna di servizio, per dirle cosa fare per pranzo.
Alle 7.30 arriva anche Mr.Daka, il padrone della Yellow House (il pub!), perché devo dargli un passaggio, visto che la sua moto è rotta. Gli offro un caffè e chiacchieriamo di letteratura zambiana.
Personaggio Mr.Daka: padrone del pub e consulente del ministero dell’agricoltura, aveva studiato per diventare gesuita, sa il latino e il francese ed il suo filosofo preferito è Kant, insieme a Platone.
Guardo l’ora. Sono le 8 meno dieci. Ottimo l’appuntamento è alle 8…in un villaggio a 40 minuti di macchina.
Alle 8 sono a prendere Jester in ufficio. Alle 8.30 siamo a Lukonde, dove ci aspetta Wilson, l’altro dipendente.
Il giorno prima gli avevo chiesto a che ora aveva fissato il meeting. Alle 8, mi aveva risposto. Alle 8?? Ma Wilson, alle 8 io sono a Gwembe e non arriverò prima di mezz’ora a Lukonde, sempre che la strada non sia allagata dalle piogge. Mi fai svegliare prima così…
Non si preoccupi boss, mi aveva rassicurato. Tanto le 8 è un orario ipotetico, vedrà che non arriva nessuno prima della 9. Ho detto le 8 così “non perdiamo troppo tempo per i ritardi” (sic!).
Ottimo, avevo pensato, pianificare l’orario di un meeting in anticipo. La differenza tra orario reale e orario virtuale. Furbo il ragazzo.
Wilson prende tre sedie di legno da casa sua (è proprio sulla strada) e le carica in macchina. Sulla Land Cruiser salgono altre due persone, presumibilmente due dell’incontro, penso. No, scendono poco dopo e si incamminano lungo la strada.
Facciamo un km e parcheggio vicino ad una stradina. Wilson mi indica un grande albero, un’acacia, in uno spiazzo. Il luogo del meeting, deduco.
Prendiamo le sedie. Sotto l’albero ci sono “già” 3-4 uomini. L’età è indefinita, come sempre in Africa, ma non ragazzi di primo pelo.
Mabwuga Buti? Kabotu. Come va? Bene. Si stringono mani e si fanno sorrisi ai presenti. Dopo 2 minuti ecco spuntarne un altro, poi dalla casa vicino esce un signore anziano ed ecco arrivare un uomo con la maglietta di Jordan e uno senza scarpe e una camicia sgargiante. Poi arriva un altro vecchio che mi si avvicina e mi fa l’inchino. Tutti mi salutano e vengono salutati. C’è quello che si siede subito e quello che saluta da lontano. Quello con le ciabatte di plastica gialle e rotte e quello con gli stivaletti da montagna. Ma dove li avrà presi?
Si siedono a semicerchio sulle radici dell’albero. Non siamo davanti a loro.
Wilson mi dice se va bene iniziare. Sono meno di una decina. Speravo in un’affluenza maggiore.
Mi porge il programma dell’incontro. Su un foglietto a penna c’è scritto:

1) Pray

2) Introducing the people attending the meeting

3) Introducing the Organization

4) Greets of the Coordinator

5) Questions

6) Pray

Wilson chiede ad un uomo di dire una preghiera. Rispettoso abbasso la testa e ascolto le brevi frasi in Tonga. Amen.
Wilson si rivolge agli uomini e gli chiede di presentarsi. Uno alla volta, a partire da sinistra si alzano in piedi e raccontano chi sono e che ruolo hanno all’interno delle comunità o villaggo da cui provengono. Wilson mi traduce nomi e luoghi e a braccia mi dice: Ba (la forma di cortesia e rispetto per chiamare uomini e donne) John Munyumbwe è il vice Headman del villaggio di…. che sta dietro quelle colline laggiù. Io annuisco e sorrido, cercando di dissimulare la mia aria di bianco un po’ spaesato.
Poi Jester, unica donna del meeting, inizia a parlare del nostro progetto, chi siamo, come funziona, etc. Si presenta e presenta me e Wilson. Parla più di mezz’ora, c’è silenzio. Gli uomini la guardano attenti. Nessuno interrompe.
Non ha fogli o lavagne, tanto meno Power Point o penne laser per indicare lo schermo. Guarda negli occhi i convenuti. E’ decisa. Gli parla del CeLIM, gli racconta un po’ la storia dell’organizzazione, del progetto, quanti beneficiari saranno coinvolti, l’ammontare dei primi prestiti, la percentuale di interesse mensile. E qui Jester fa la sua domanda. Se al primo prestito vengono dati 300000K da restituire come tempo minimo in 4 mesi, se l’interesse è 5% mensile, quanto è la quota che si dovrà restituire in 4 mesi? 5% di 300000K x 4= 360000K.

C’è chi lo dice subito, chi chiede al vicino, chi non dice niente ma prende appunti. Chi forse non ha capito.
Intanto continuano ad arrivare altri uomini. Uno è in giacca e cravatta, qualcuno scalzo e con abiti strappati. Chi cammina a fatica, ma tutti vengono a salutarmi, discretamente per non interrompere.
Jester finisce di parlare. Wilson allora chiede agli uomini che sono arrivati dopo l’inizio(in ritardo sarebbe improprio), di presentarsi, sono in totale 26.
Poi si passa alle domande: se in un villaggio non ci sono donne interessate al prestito, si può fare solo agli uomini? Posso formare un gruppo con i miei figli e mia moglie? E se non pago in tempo cosa succede?
Con mio grande piacere tutti concordano sull’efficacia del prestito di gruppo. Come sapete, e se non lo sapete ve lo dico ora, noi prestiamo a singoli individui ma che devono essere parte di un gruppo dalle 3 alle 6 persone. Ognuno gestisce i sodi personalmente per il suo business ma il gruppo si auto-seleziona ed è sempre il gruppo intero responsabile dei ritardi nei pagamenti e può arrivare anche ad escludere uno dal gruppo per gravi motivi.
E’ presente anche un pastore di qualche chiesa locale che sottolinea l’importanza del gruppo per la comunità, meglio che dare soldi ai singoli individui e lasciarli soli, dice.
Il silenzio è quello che colpisce, poche battute a cui si sorride insieme, le domande ci sono ma discrete, uno alla volta.
Dopo le domande Jester si rivolge a me e mi chiede di dire qualcosa.

Ogni volta che arriva questo momento spero sempre di non cadere nelle banalità, nelle frasi fatte. Dirò qualcosa che magari li offende, sarò troppo breve, che messaggi posso lasciarli per il futuro?
Di solito inizio sempre con un ringraziamento. Sono abituato che la genti mi ringrazi. Grazie per essere qui, per fare questo per lo Zambia. Allora io provo a “girare” il ringraziamento. E’ il bianco a ringraziare il nero per essere qui. Grazie per accettarmi nel vostro paese. Grazie per voler collaborare con noi. Sparo subito le mie due parole in tonga, che servono sempre per stemperare la tensione (la mia) e hanno come reazione una sonora risata di tutti. Provo a raccontargli che la parola cooperazione prevede un movimento di due parti che si muovono/lavorano assieme, una verso l’altra. Perché immaginare solo che l’Italia aiuta lo Zambia a svilupparsi? E noi? Siamo una società sviluppata nell’inquinare, nell’individualismo, nello spreco, nel dominio dell’inutile e il superfluo. Mi domandano sempre se non soffro di solitudine a Chikuni. In fondo sei solo. Solo? Come si fa ad essere soli in un villaggio africano? Ora che ho anche recuperato un vecchio campanello da bici, non ho nemmeno più la scusa di non sentire la gente al cancello (qui nessuno urla, è segno di grande maleducazione, quindi al massimo prima scuotevano un po’ la catena).
Mi sentirei più solo e più “numero” in una metropoli da 3 milioni di abitanti.
E che bello un incontro sotto un albero, durante la stagione delle piogge, che si scioglie dopo una preghiera e si rimane un po’ a chiacchierare di come trovo lo Zambia, ma è un prete? E’ sposato? No, e perché? Non ha figli? Dove abita? Ma tornerà vero? Mi serve un cestino per l’ufficio, sa dove posso trovarlo? Se mi dice le misure lo faccio fare da un’amica di mia moglie? Allora chiediamo a Wilson per il prossimo incontro?
Poi ci fermiamo a casa di Wilson per una breve colazione, io gioco con suo figlio e mangio delle ottime arachidi tostate. Invece del brunch o della coda alla macchinetta del finto caffè, solo un’aia e due sgabelli scrostati.

Lungo la strada per l’ufficio, 25 kilometri di saliscendi di sterrato, diamo un passaggio ad alcuni uomini presenti al meeting. C’è chi viene da 15-20 km di distanza ed è partito alle 6.

E ora ragazzi, si fa il report? Dai, forza, che oggi pomeriggio abbiamo un altro di meeting.

Sunday, January 14, 2007

Lavoro e ancora lavoro

ciao ragazzi,

qui è tutto ok. Sto lavorando molto ed è per questo che mi faccio poco vedere.
Sono preso con la chiusura cassa di fine anno (non mi mancano soldi e non ne ho in più, ottimo) e le prime donne che vengono a chiedere notizie per i prestiti all'ufficio.
Sono diviso da incontri in villaggio con 15 donne che parlano Tonga, quindi io sorrido e tento di intuire, ma con scarsissimi risultati, poi uffici governativi, tra cui uno dove il responsabile è anche il padrone del pub di Chikuni (ce ne sono due, ma uno è tipo bettola e ci sono molti ubriaconi...magari una volta ci vado), poi continuano le mie peripezie per aprire un conto in banca, con il mager che sembra una controfigura di uno zombie o di Learch della famiglia Addams e per aprire un conto in banca qui ci vogliono delle garanzie. Quindi voleva una marea di carte e mi ha fatto aspettare 2 settimane. Immaginate che in Italia arrivi un cliente che deve depositare 50000 dollari in un conto come prima tranche, voi cosa fareste?????
Così ho avuto la conferma che il mio progetto ha un senso, visto che dando soldi a persone che non offrono garanzie finanziarie, immaginarsi che storie farebbero a loro.
In effetti qui per aprire un conto in banca ci vuole una lettera di presentazione!!
Immaginate: qualcuno che ha già un conto in quella banca vi raccomanda alla banca stessa, per dimostrare che siete una persona affidabile...no go paroe...
comunque è iniziata la stagione delle piogge e il giardino in poco tempo si è inondato e cresce l'erba a vista d'occhio, il mio mango fa dei frutti enormi e succosi, e la buganville dietro casa è enorme, tanto che sto pensando di trasferire l'amaca e fare un angolo tipo "Laguna blu", peccato che il mio giardiniere, Spoon, abbai già ucciso 3 serpenti, ma di giorno non se ne vedono.
In africa c'è una strana teoria: se sei ammalato hai la malaria, non importa i sintomi o cosa, hai la malaria. Quindi se si uccide un serpente, è al 90% un cobra.
Ma quanti dannati cobra ci saranno in Zambia??
Ok ragazzi, ora scappo.
La cena mi aspetta.
Ci sentiamo presto

Monday, December 18, 2006

Il vigile urbano

Eh si.

Anch’io ci sono cascato.

Anch’io l’ho fatto.

Non dovevo.

Ero ancora vergine.

Avevo promesso di fare il bravo.

Eh si, anch’io sono entrato nel grande mondo dei corruttori.

Ho corrotto il mio primo poliziotto!

Questo weekend sono andato a Lusaka per motivi di lavoro, dopo una settimana passata tra ufficio mio, uffici altri per tentare di aprire conti in banca (qui in Zambia ci vuole uno che garantisca per te tipo: questo è un mio amico, vuole aprire un conto in banca. E’ un fidato e bravo ragazzo…) e altre menate amministrative che vi risparmio. L’altro 70% del mio tempo a fare contabilità, ad invitare per una birra il ragazzo inglese che fa il volontario presso l’Home Base Care della parrocchia, a collegarmi a internet sotto il mio albero preferito (ormai sono un attrazione tipo zoo).

E sabato mattina sono partito di buon ora. Dovete sapere che il terrore degli automobilisti in Zambia sono gli autovelox. Ma non è come in Italia dove si ci sono, ma magari non si sa dove e allora ci si becca la multa, ma piuttosto raramente, o ci sono i limiti ma tanto nessuno li rispetta perché chi ha mai visto una volante in giro, (tipo Raccordo Anulare a Roma)? In Zambia il limite è di 120 sulle strade extraurbane (ad una corsia) e 50 o 65 nei centri abitati. Se a Lusaka è facile rispettare i limiti, visto il traffico o la conoscenza dei punti strategici, fuori dalla capitale è più complesso. Spesso ci sono queste cittadine tipo far west, che si snodano lungo la strada per 2-3 km e il limite è dei 50. Solo che passa da 120 a 50, di solito senza avviso. Cioè, devi ricordarti che quella che attraversi è un centro abitato (e alle volte è oggettivamente difficile) e devi essere intuitivo sul punto di inizio del limite. Tipo: nella città di Mazabuka il limite inizia quando si imbocca un viale alberato e finisce quando? Quando dall’altro lato della carreggiata si intravede mezzo storto il cartello che segna il limite dei 65 per quelli che provengono in senso opposto.

Capite che se uno sta viaggiando e pensa ai fatti suoi, incappare nell’errore è quantomeno probabile. Ed è esattamente quello che è successo a me.

Nella cittadina prima di Lusaka, 4 case in croce, sto procedendo sostenuto quando intravedo un poliziotto/vigile che si mette in mezzo alla strada per impedirmi di proseguire. Il concetto di paletta è ovviamente inesistente. Quindi ‘sti poveri uomini devono entrare in strada fermando le macchine troppo veloci, ma evitando quelle che procedono regolarmente. Capite che rischi che corrono.

Insomma, mi fermano e penso: Marco, sei un coglione, ti meriti la multa e adesso la paghi.

Mi si avvicina il pubblico ufficiale molto cortese e sorridendo mi dice: Sir, driving licence, please. (patente, prego, qui per il libretto di circolazione evidentemente, si va sulla fiducia).

Al che gli porgo il foglio mezzo scrostato che mi farà da patente per un po’, fino al rilascio di quella plastificata.

Spendo la radio, mi tolgo gli occhiali e attendo la sentenza.

Ritorna il prode rappresentante della legge. “Sir, you were driving 86 km/h”. (Sir, stava andando a 86 km/h).

Che potevo dire? Andavo oltre 20 km in più del permesso!

Da buon spirito nordico gli sussurro: Yes sir, I know. You are right. I haven’t seen the signal. (non ho visto il segnale). Are sure that there is one? (Sicuro che ce ne sia uno?).

Al che spunta quello che evidentemente era il capo e mi fa, un po’ scocciato: Do u want to come with me and check together? (Vuole che andiamo a vedere insieme?).

Sicuro che non ci fosse, ma evitando di innervosire il maresciallo, ricordandomi di Bolzaneto, sorrido e dico: No sir, I’m sorry. E già mi umiliavo.

Rimango di nuovo solo con il sergente: Sir, it is 65000 Kwacha (circa 13 euro).

Pensando che in Italia prendevo 200 euro, -5 punti e una ramanzina pazzesca, mi metto di animo buono e faccio: I know. You are right. (Eh, ha ragione).

E allora succede quello che non mi sarei aspettato. Io, italiano, ma con spirito nordico, pronto ad affrontare il mio destino, che mi ero meritato giustamente, che mi stavo per prostrare davanti alla polizia zambiana dicendo: Fate di me quello che volete, ho sbagliato davanti a Dio e agli uomini. Ho infangato il nome della mia famiglia, dei miei amici, della mia organizzazione. Merito il massimo della pena. Sono vostro!

Nulla di tutto questo.

E’ successo che…sono stato corrotto!

Il sergente ha in mano il foglio della multa, la mia patente e guardandomi (io non vedevo perché avevo lo sguardo fisso sul volante e il capo reclinato in segno di massima sottomissione) mi dice:

(Segue dialogo raccolto da un testimone oculare accorso sul luogo del sinistro):

Sergente: Sir, we can arrange somehow before u pay. (Sir, possiamo sistemare in qualche modo prima che la faccia pagare).

Marco: Yes. I think it’s a good idea. (Si penso sia una buona idea).

S: How much can u afford? (Quanto può “impegnarsi/sforzarsi?).

M: Is it ok 30000? (mi sembrava una cifra onesta. Insomma 6 euro, circa 1 euro ogni 3,5 km oltre il limite)

S: Very well. (Molto bene). Detto con grande soddisfazione. (la prossima volta gli sparo massimo 25000).

Allora inizio a guardare fremendo nel portafoglio. Mi venivano in mano solo biglietti da 50000 Kwacha. Cosa faccio? Non potevo porgergliene uno e dirgli: Buon uomo, ha il resto? Magari mi avrebbe anche fregato altri 20000 Kwacha, ‘sto disonesto!

Vuoi vedere che…uff trovati.

Glieli porgo.

Il sergente mi saluta felice come un bambino che ha appena ricevuto un lecca lecca dalla nonna. Ci mancava solo che mi stringesse la mano.

Ma prima che scomparisse all’orizzonte, non potevo non accomiatarmi da questo simpatico gestore dell’ordine pubblico, da questo integerrimo rappresentante della forza armata nazionale, senza una frase che concludesse degnamente e mettesse la parola fine ad una gloriosa pagina della storia automobilistica dello Zambia.

Allora, inforcando gli occhiali, gonfiando il petto e scandendo chiaramente le parole, mi sono girato, l’ho guardato nelle palle degli occhi, e ghignando come neanche Il Cattivo di qualche film di Sergio Leone, gli ho detto: “I promise, from now I’ll be a good guy”. (Le prometto, da ora in poi farò il bravo ragazzo).

E sgommando sono partito verso la città, mentre dietro il sole illuminava la savana, lasciando solo alcuni automobilisti inferociti, incapaci di capire come avevo fatto, anche questa volta, ad uscire indenne e vincitore da una situazione così intricata.

Grazie esimi.

Arrivederci alla prossima puntata.

E la prossima volta che incontrerò Previti potrò dirgli con orgoglio e quasi con spocchia: Come butta, collega?

Sunday, December 10, 2006

Cari amici, qualcuno si lamenta perchè non sa dove abito. A parte che basta aprire un atlante, vi allego la mappa della Southern Province dello Zambia. io come sapete vivo a Chikuni, vicino a Monze e lavoro a Gwembe, 10 km da casa mia.
Spero che stiate tutti bene e buona domenica.
Oggi niente Land Cruiser, ma solo una panchina sotto un albero con fiori viola.

ciao!

Saturday, December 02, 2006

Sono vivo!


















1)Termiti!Mmhhh buone crunch crunch
2) Uno dei luoghi di lavoro...eh si....
3) Overland!
4) relax ogni tanto....
5) La scritta sulla Toyota dice: solo 6 passesggeri...come solo?





Ore 22.21 del 7 dicembre . Latitudine boh. Temperatura dell’aria 30 gradi. Calma piatta.
sono seduto nella mia macchina, una land cruiser tipo quelle bianche modello ambulanza. Sono connesso wireless con il server di radio chikuni, e mi trovo nel cortile dellla parrocchia.
deve essere una scena un po' buffa: un uomo bianco nel mezzo dell'africa che scrive al portatile in una 4x4!
Ma andiamo con ordine.
Ci eravamo lasciati venerdì che era il mio ultimo giorno del mio training a Siavonga.
Sabato mattina la partenza era fissata per le ore 6. Io ed Enrico abbiamo caricato in macchina le valigie e 2 suore. Una zambiana e una indiana. 2 donne di una bruttezza rara, ma per fortuna poco loquaci , in maniera tale che ho potuto fare il viaggio dormicchiando e ingoiando la polvere dei camion che occupavano la pista polverosa.
Il paesaggio per un buon 100 km è solo terra rossa e cespugli, qualche albero emerge dalla boscaglia ogni tanto. E’ iniziata la stagione delle piogge, quindi il paesaggio nel giro di una decina di giorni si è riempito di verde a perdita d’occhio.
Ogni tanto qualche timido venditore tenta di catturare la tua attenzione con qualche frutto, una pietra strana o una pelle di serpente secca da appendere come trofeo sullo stipite della porta.
Arrivati a Lusaka, la mattina del sabato è stata buttata attendendo che la suora riparasse una macchina da cucire antidiluviana. 2 ore e mezza ad aspettare, chiusi nella macchina in un quartiere poco rassicurante di Lusaka con gruppi di ragazzotti locali che puntano i ricchi uomini bianchi e magari provano ad aprirgli la macchina. Un paio di jump dalla portiera per far loro capire che non siamo fessi e tutto si sistema.
Poi siamo andati al Dutch market, un mercatino che si tiene una volta al mese dove si può trovare un po’ di tutto, dai mobili ai cagnetti, dagli elefanti di ebano, ai prodotti fatti dai vari progetti di sviluppo sparsi sul territorio. La clientela è composta dall’80% da bianchi. Quindi ho fatto il pieno visivo di visi pallidi, che poi nei prossimi tempi ne vedrò ben pochi (per fortuna?).
Nel pomeriggio sono andato a prendere Pierpaolo, esperto-consulente della cooperazione, colui il quale aveva aperto ufficialmente il mio progetto in agosto. Un tipo molto tosto ed emiliano, quindi con un accento modenese in inglese da film.
Si è fermato una settimana per introdurmi un po’ la zona di lavoro e le persone che ha incontrato ad agosto-settembre.
La sera compleanno di Gianclaudio, il coordinatore-paese del CeLIM qui in Zambia. Bella cena all’aperto, molto italiana e con chiacchere piacevoli, dal muro di Israele alla crisi irakena. La cosa curiosa era che non c’era uno zambiano. Italiani, slovacchi, svedesi ma non un singolo nero, locale, africano….
E domenica, dopo una notte passata nella splendida guest house delle comboni sisters (ossia le suore comboniane) altra partenza alle 6 verso la tanto agognata Chikuni. Non vi dico come mi sentivo: emozionato, incuriosito, eccitato….
Per farla breve, arriviamo a Monze, la “città” prima del mio paese. Scarichiamo gli altri passeggeri, questa volta solo degli altri cooperanti italiani e partiamo. Dopo una decina di km Pierpaolo, che guidava, mi fa: allora adesso vedi quell’albero? Prendilo come punto di riferimento che da lì inizia la pista.
Pista? Non si diceva strada, oppssssssss e giù per una pista in terra battuta rossa che si addentra per qualche km nel bush. Il mio SUV sarà estremamente utile nei prossimi mesi.
E arriviamo a Chikuni. Siccome io sono nel compound della parrocchia, mi immaginavo una chiesa e due casette, di cui una la mia.
Ma essendo una missione di gesuiti….c’è la radio (www.radiochikuni.com) , cooperative che fanno pane, vegetali, allevamenti di mucche e maiali, il collegio femminile, quello maschile…c’è anche ogni tanto il cinema all’aperto nei villaggi!
Fremevo dalla voglia di arrivare a casa e buttarmi sul materasso e dire: GOOD MOOOOORNING CHIKUNI!
Ma nella vita non tutto va sempre secondo i piani. Infatti appena abbiamo varcato il cancello ha iniziato a diluviare. Allora io e Pierpaolo corriamo davanti a casa e mettiamo la chiave nella toppa. Non gira! La porta ha la serratura e due lucchetti. I due lucchetti si aprono ma la chiave non gira
Proviamo la porta dietro. Gira ma non si apre. E le chiavi le ha la donna delle pulizie. Allora andiamo in cerca di Eusebia, la donna delle pulizie-cuoca.
Sempre sotto la pioggia riproviamo. Forse, pensiamo le chiavi sono state invertite. Nulla.
Allora con un ultimo sforzo riproviamo e la chiave della porta davanti si apre. Non era stata mai oliata probabilmente.
E la porta dietro? Nel tentativo di aprirla, la serratura era stata come forzata ed ora era incastrata.
Quindi, dopo esserci asciugati, abbiamo dovuto anche scassinare la porta. Ovviamente c’erano degli attrezzi in casa, ma ci si è dovuti comunque arrangiare in modo artigianale. Pierpaolo, molto più pratico di me, solito intellettuale pantofolaio, alla fine ce l’ha fatta e la porta è anche stata in piedi.
Poi finalmente abbiamo iniziato un po’ a lavorare la sera abbiamo deciso di andare a mangiare “fuori”. L’unico posto di Chikuni che può assurgere al titolo di ristorante è la mitica “Yellow House”. Avete presente le bettole del far west pieni di cowboy, ubriachi e battone? Ecco, lasciate solo gli ubriachi e dimenticate il saloon per accontentarvi di una stanza maleodorante dove gli insetti sono più degli esseri umani e avrete il Pub della città. L’unico ristorante al mondo che devi chiamare in anticipo, non per prenotate il tavolo (c’è ne sta uno!), ma per ordinare il cibo vero e proprio, che altrimenti arrivi e hanno solo un paio di birre. Ed è quello che noi abbiamo fatto. Pierpaolo aveva il numero della signora e ci siamo accordati per un pollo con inshima (spelling sbagliato credo) che è la polenta locale.
Arriviamo, ci sediamo, due birre e poi: “Where is the food?” domandiamo. “Which food?” risponde sorpresa Mrs Daka, la padrona cicciotta e ridolona. Insomma, Pierpaolo non aveva telefonato alla persona sbagliata, una locandiera di Livingstone, città situata presso le cascate Vittoria? Che infatti aveva messo a cuocere un pollo e c’era anche una bottiglia in frigo, ma 300 km più a sud. Prendendola all’africana, cioè ridendoci su e facendo una telefonata riparatoria di scuse, abbiamo alla fine ordinato il pollo. Fatto arrosto nel barbecue davanti a casa: tempo di preparazione 1 ora e mezza e tre birre. A letto esausti ma sazi.
E il lunedì inizia la settimana di fuoco: un corso di cooperazione condensato.
Lunedì speso in presentazioni. Vado a conoscere quelli con cui dovrò collaborare/lavorare. Siccome la mia controparte locale è la diocesi, ovviamente visita dal vescovo e sottoposti.
E la settimana è volata via. Sveglia tra le 6 e le 6.30, a letto presto, ma non troppo perché la sera si lavorava. Uniche distrazioni: qualche lavoretto in casa; un giro/visita al mitico villaggio di Chipepo, località che farebbe invidia a qualche angolino del lago di Como: niente Clooney, ma camionisti mezzi nudi che lavano il camion nel lago, pesce a 1 euro al chilo, spiaggia chiamata Miami Beach: lunga e bianca, peccato che non si possa fare il bagno per paura di qualche malattia strana (la Bilarzia, ad esempio) o di qualche ippopotamo o coccodrillo; oppure una cena a base di funghi e termiti! Eh si, ho chiesto alla donna delle pulizie di cucinarmi un po’ di termiti fritte e lei, come regalo, me ne ha portate un sacchetto pieno. Vi dico, non sono male, affumicate ricordano i gamberetti, a parte le alucce, le zampine….ahahhahah….mi sento Hannibal the Cannibal.
E comunque passate di qui. Ho un bel giardino, il campo a fianco dove Spoon, il giardiniere/mezzadro, si occupa della coltivazione di arachidi: io compro semi e fornisco il campo, lui coltiva e facciamo a metà col raccolto. Putto, il medioevo nel 2006! Il contratto non l’ho fatto io, ma Pierpaolo, ma avrò tante noccioline da mangiare. E la settimana si è conclusa sabato con un meritato tuffo in piscina, in lodge superfigo in mezzo ad un bosco dove ci sono antilopi e altri animali. E costava pochissimo, si badi bene.
Eh si, si sopravvive come si può.
Ah, vi lascio il mio cellulare, nel caso in cui vogliate chiamarmi (messaggi non posso riceverli): 0026099342254 e il mio indirizzo: Marco Ferrarini c/o Celim Project, P.O. Box 41, Gwembe, Zambia.
Un bacione e fatevi sentire

Thursday, November 23, 2006

Qualche foto


Ecco qui finalmente qualche foto. Quella sopra è uno dei termitai, sotto uno stranissimo baobab albino molto bello, poi ancora il mega baobab; noi 3 sul baobab, Roberto (il dottore), Enrico ed io; e con Roberto e Maxwell, uno dei lavoratori dell'ufficio, alla festa di addio di Clara, il medico italiano che torna in Italia. Alla prossima!